Beaune, la città dove pulsa il grande cuore del vino di Armando Castagno, foto di Andrea Federici Lasciato alle nostre spalle il minuscolo borgo di Pernand- Vergelesses, percorriamo la D18 in direzione Sud, tra linee panoramiche che tendono a spalancarsi; avremo tuttavia la costante sensazione di procedere su un piano inclinato. Ci accompagnano infatti vigne a salire sulla destra, al di là di un muretto a secco alto forse un metro, e vigne in dolce ma inesorabile discesa sulla sinistra, a perdita d’occhio verso la pianura orientale. Da quella parte, il viavai di sagome di camion e automobili segnala non distante il tracciato della Dipartimentale 974, sulla quale ancora per un po’ eviteremo di tornare, rimanendo invece su strade secondarie, collaterali, zigzaganti nella campagna. Già, perché l’itinerario che ci siamo prefissati di seguire può fare a meno delle grandi direttrici: siamo ormai in vista del centro abitato di Savigny-Lès-Beaune, l’inizio delle cui vigne è segnalato da una tozza croce bianchissima e squadrata alta due metri, presso un anonimo incrocio senza altre segnalazioni che la croce stessa: si rischia di sapere dove pregare, ma non dove andare. Dopo nemmeno duecento metri, però, un cartello a un bivio suggerisce di svoltare a destra se si vuole raggiungere il villaggio, il profilo spigoloso ma scorrevole dei cui vini è già tutto spiegato alzando gli occhi e osservando l’ambiente. Si inquadra in basso il profilo delle case di Savigny, praticamente tutte di epoca tardo-medievale, e sullo sfondo l’imbuto di una colossale “combe”, un varco in mezzo alle colline largo almeno 800 metri e che si restringe fino a meno di 120 superando il paese: dalla Combe, per tutto l’anno, soffiano correnti fresche o fredde provenienti dalle desolate lande occidentali. Orientando lo sguardo a sud, ossia sulla sinistra, ecco comparire un rilievo sormontato da un bosco, abbastanza simile alla collina di Corton da poco lasciata; ebbene, è il vero debutto della Côte de Beaune intesa come dorsale, divisa in questo suo primo tratto tra i comuni di Savigny e di Beaune. Procederà verso sud per altri trenta chilometri, fino a sfumare e appiattirsi definitivamente un chilometro dopo l’abitato di Santenay. Ma ci arriveremo. Ed eccoci dunque a Savigny; danno il benvenuto al visitatore alcune aiole fiorite, un piccolo slargo e un cimitero in piena luce, in mezzo alle vigne, delizioso per quanto può esserlo un cimitero; poco oltre, la D18 si immette nella Route de Chorey, e iniziano a sfilare case e cantine. Il Domaine Doudet-Naudin spartisce il traffico tra le due direzioni possibili, quella a sinistra verso un non meglio precisato Château e quella a destra verso il “Centre Ville”; in mezzo passa il Rhoin, un remissivo fiumiciattolo in parte tombato dall’asfalto che in un tempo antelucano aveva libertà d’azione e regime tale da scavare da solo la gigantesca Combe di Savigny. Considerando più o meno paritaria la presenza numerica delle due attrattive principali nelle due direzioni – ovvero ristoranti e Domaines vitivinicoli – optammo in occasione della nostra prima visita in loco per lo Château, nella convinzione di trovarci di fronte il consueto spettacolo di una costruzione d’impianto medievale restaurata fino a toccare il kitsch, biecamente attrezzata per l’accoglienza turistica e prodiga di souvenirs di ogni fatta, ma priva di alcunché di interessante, sorprendente o di originale. Ci sbagliavamo, e nemmeno di poco. Soprattutto sull’originale. Il Castello è trecentesco, ha proporzioni contenute e forme tanto familiari e semplici da somigliare a quelli effimeri in riva al mare. Non mancano fossato, ponte levatoio e torrioni a pianta circolare, quattro, sormontati da tetti a cono e con finestrature ellissoidali o stranamente oblunghe: l’insieme rimanda nitidamente al modello di fortilizio reso famoso dalle etichette – che il fantasma di Filippo l’Ardito ci perdoni – di alcuni Bordeaux. L’architrave del cancello pedonale ha incise le parole seguenti: “ ”, ossia “i vini di Savigny sono nutrienti, teologici e morbifugi”, e se il primo e il terzo aggettivo fanno parte del nostro immaginario relativo al vino come percepito nel XVII secolo, epoca di carestie ed epidemie, il secondo lascia interdetti. “Teologico”, detto del vino? Beh, sì. Sempre che a produrlo fossero, come qui erano da secoli al tempo dell’incisione sull’architrave, Crociati e Ospedalieri prima, Cavalieri di Malta e Neotemplari poi – il tutto fino alla requisizione giacobina del 1789. Palleggiati a seguire in varie mani private, castello e giardini circostanti (2,75 ettari totali) sono dal 1979 proprietà della famiglia Pont. L’indimenticato patriarca Michel, viticoltore e collezionista, avventuroso uomo di cultura e spirito, è mancato a 89 anni nel settembre del 2021, ma ha fatto ampiamente in tempo a rendere il posto qualcosa di assolutamente unico. Tra strutture e giardino, lo Château ospita infatti le sue stupefacenti collezioni; in ordine di bizzarria a salire, collocheremmo al quinto posto quella di utensili e vetture agricole (tra le quali 25 trattori scavalcatori), al quarto quella di automobili Abarth da rally (ne era stato pilota negli anni Sessanta), al terzo quella di oltre trecento motociclette da corsa, al secondo quella di oltre venti mezzi dei pompieri a partire da inizio Novecento, e al primo…. beh: al primo va piazzata quella – la più cospicua del mondo, dice il Guinness dei primati – di aerei da guerra. Pensate ai modellini? Ci sono anche quelli, e sono più di duemila, di tutte le scale dimensionali; ma noi intendiamo proprio gli aviogetti a reazione autentici, di diversi eserciti nazionali, parcheggiati in numero di oltre 80 (sic) a occupare un’intera ala del parco sotto gli occhi sconcertati dei turisti in visita. le vins de Savigny sont vins nourrissants, théologiques et morbifuges E il vino? Come accennato, a Savigny c’è anche quello, ed è uno dei segreti meglio custoditi della Borgogna. Ha di solito profili per cui utilizzare aggettivi come “austero” o “spigoloso” piuttosto che “morbido” o “aromatico”, fattezze qui davvero sporadiche; ma garantisce sempre longevità sopra la media, tariffe convenienti e una inappuntabile fedeltà al terroir locale, sassoso, ventoso, tardivo e fresco. Le uve infondono nei vini strutture rigide, scandite dal tannino, a sua volta enfatizzato dalla presenza ubiqua di terre color ruggine. Il vino rosso sovrasta il bianco per quantità prodotta, ma quest’ultimo, confinato ai luoghi più alti e calcarei, sa talvolta stupire, grazie a una non comune alleanza di generosità e rifinitura. I Domaines sono pochi, pressoché tutti accoglienti e cordiali, e pressoché tutti ben disposti a vendere direttamente qualche buona bottiglia a prezzo umano. Caricato il bagagliaio e volendo a questo punto muovere verso Beaune, si può scegliere se continuare costeggiando la Côte appena nata, in corrispondenza dei vigneti di Savigny detti Narbantons e Peuillets, oppure tornare sui propri passi per raccordarsi alla D974. La seconda possibilità costringe a fare più strada, ma include un allettante diversivo: una puntata a Chorey-Lès-Beaune, silenzioso villaggio posto giusto al di là dell’ex strada nazionale, gratificato da una denominazione priva di “Premiers Crus” ma con una sua dignitosa fama per vini rossi di struttura efebica e per bianchi di superiore levatura, ma di ardua reperibilità. Anche qui c’è uno Château, denso di ricordi per chi scrive: anni fa, con pochi e fedeli amici, usavamo accettare l’invito della famiglia proprietaria, i Germain, per intrattenere una buona decina di produttori borgognoni cucinando specialità regionali italiane e servendo loro in grande annata i nostri vini bandiera, dal Barolo Monfortino al Brunello di Soldera, dal Giulio Ferrari Riserva del Fondatore ai rossi di Bruno Giacosa, Gravner, Antoniolo e Quintarelli, spudoratamente spacciati per prodotti scelti a caso, sottintendendo che per l’Italia fossero cose ordinarie, e che ci fosse assai di meglio. Abbiamo lasciato loro il dubbio per tutti questi anni che l’assunto fosse veritiero, e speriamo quindi che tra i lettori di questa rivista non ci siano produttori borgognoni memori di quelle cene a base di carbonara o genovese, mozzarella di bufala o salumi toscani, tra battute e risate, trofei di caccia e camini di pietra, aneddoti e ricordi. Bando alle malinconie: lasciamo al suo silenzio anche Chorey, e senza ulteriori indugi dirigiamoci verso la capitale non del territorio di Borgogna (quella è Digione), ma del suo vino e di quanto ci ruota attorno: Beaune. Il termine “città” può essere usato a cuor leggero sul suo conto, magari meglio se nella sua declinazione diminutiva “cittadina”: conta 23.000 abitanti e vanta diversi primati, qualcuno prestigioso, qualche altro curioso, e non solo con riguardo alla regione. Beaune è infatti da decenni la città più ricca di Francia per reddito medio pro-capite e depositi bancari medi pro-capite, ha una clamorosa concentrazione di chiese ed edifici protetti dalle Belle Arti, la bellezza di 34 in meno di 6 chilometri quadrati, la maggiore spesa pro-capite della nazione per addobbi floreali lungo le strade, il più cospicuo archivio storico di bottiglie regionali piene (la raccolta di Bouchard Père et Fils, nelle mirabolanti cantine dello Château, conta milioni di pezzi a partire dal Meursault Charmes 1846) e via dicendo. Un ulteriore primato, un autentico vanto per il comune, è costituito da un singolo, inconfondibile edificio, dalla storia lunghissima e gloriosa: quello degli Hospices de Beaune. C’è di solito la ressa di turisti, eppure il luogo sta a Beaune come il Colosseo a Roma: una visita pressoché immancabile. Fondati come ospedale per i meno abbienti dal Cancelliere del Duca di Borgogna Nicolas Rolin il 4 agosto 1443 -come ricorda la scritta in oro su ardesia scura sul mastodontico portale d’ingresso – gli Hospices hanno attraversato i secoli nel segno della carità e della misericordia verso i più deboli. Quando sono stati edificati era finita da poco la Guerra dei Cent’Anni, e la peste imperversava sul contado, ridotto alla miseria più nera. Vi trovarono cure e riparo feriti, mutilati, orfani, appestati, puerpere. Per meglio dire: che vi abbiano trovato riparo, è certo. Quanto all’efficacia delle cure, ci andremmo più cauti, ricordando ciò che abbiamo visto negli scaffali dell’antica farmacia delle Suore ospedaliere, che immaginiamo sciamare al capezzale dei feriti vestite in blu e bianco:li curavano con alcolato di zafferano, di menta piperita o di melissa, con polvere di aloe, di robbia e di liquirizia, pastiglie di malva, pastiglie vermifughe a ricetta segreta, aceto di lavanda per impacchi. Già nove anni dopo la fondazione, ad ogni modo, ilPapa sarzanese Nicolò V aveva consacrato il luogo, che venne imitato nella struttura e negli scopi da altre istituzioni simili; avvenne a Pommard, a Nuits, a Nolay e a Meursault. Comprensibile che un ente tanto meritorio ricevesse quasi da subito – dal1457, per la precisione – donazioni e lasciti ereditari consistenti in appezzamenti di terra, sovente di pregio eccezionale. Oggi, anno 2023, gli Hospices de Beaune non funzionano più come ospedale da 52 anni (giorno della dimissione dell’ultimo paziente: 21 aprile 1971), ma hanno accumulato proprietà fondiarie per oltre 60ettari, per l’85% di categoria “Premier Cru” o “Grand Cru”. Le vinificazioni (tutto esce certificato “bio” dalla vendemmia 2022) hanno luogo in una moderna cantina diretta da una giovane enologa che il pubblico di casa nostra dovrebbe forse conoscere meglio: Ludivine Griveau- Gemma, infatti, è italiana per parte di madre, ed è la prima regisseuse di sesso femminile dall’epoca di Guigone de Salins, terza moglie del cancelliere Rolin, nata nel 1403. Sotto la direzione di Ludivine, 51 vini diversi vengono oggi prodotti e venduti en primeur la terza domenica di novembre in un’apposita, frequentatissima asta di beneficenza. Nel 2021 sono passati sotto il martello del banditore 620 di vino rosso e 128 di bianco. All’aggiudicazione segue un ulteriore affinamento di 12-18 mesi, a cura di celebri cantine allo scopo incaricate, che appongono sull’etichetta la menzione del loro lavoro di eléveurs, e il vino, in tal modo impreziosito, viene imbottigliato con le insegne degli Hospices, che consideriamo graficamente tra le più belle al mondo. Volete un’idea del volume di denaro spostato da questo sistema? Eccovela: nel 2020, anno di produzione quantitativamente modesta, il ricavato totale è stato di 11,7 milioni di euro, con un record di 800.000 euro per una singola pièce, quella detta “du Président” contenente 228 litri di Corton-Renardes Grand Cru. Fanno 3.508 euro al litro, cifra indubbiamente spaventosa, ma non quanto lo è la piaga della violenza domestica verso le donne, la lotta alla quale era destinazione dichiarata dei proventi della vendita. Ma il vino di Beaune non è solo quello delle cantine degli Hospices; anzi, la denominazione, con i suoi 410 ettari, è una delle più vaste di Borgogna, e come accennato quella con la più schiacciante maggioranza di vigne di categoria “PremierCru” (314 ettari, di cui 39 dedicati al bianco). Essendo la sede di quasi tutti i potentissimi négociants della regione (da Louis Jadot ai due Bouchard, da Joseph Drouhin ad Albert Bichot, da Chanson a Louis Latour, e via dicendo), non è così peregrino il sospetto che il comune abbia ricevuto un occhio di riguardo – e le commissioni una garbata pressione – al momento della classificazione legislativa di questo lembo di Borgogna, nel 1936. pièces Perché allora non ci sono Grands Crus, ci si potrebbe chiedere, se è vero come è vero che la terra è per gran parte proprio in mano, e da lungo tempo, ai ? Semplice: perché il punitivo regime fiscale cui catastalmente soggiace la terra classificata Grand Cru non avrebbe mai trovato un controcanto nel prezzo medio di vendita dei vini del comune, un prezzo rimasto sempre a dir poco sobrio, e an44 cora oggi, a nostro parere, vantaggioso per chi compra. In poche parole, non c’era modo di avviare un meccanismo economico tale da assicurare ai négociants un margine interessante. Altro discorso è quello relativo all’effettiva sussistenza, nell’enorme tribuna di vigneti comunali, di parcelle che avrebbero portato con dignità la qualifica di Grand Cru. Si può aprire il discorso soltanto su cinque o sei di esse, o più spesso su loro parti: la zona centrale del cru Grèves – la “Vigne de l’Enfant Jésus”, monopolio storico di Bouchard Père et Fils – è ottima, così come la omologa sezione di fondazione monastica (il “Clos des Ursules”, monopole di Jadot) del cru chiamato Vignes Franches. È inoltre di vocazione acclarata il vigneto detto Clos des Mouches(richiamante non le mosche ma le api di antiche arnie, le ), così come il sovrastante, finissimo cru Montrevenots. Appena un gradino sotto vanno collocativigneti quali Toussaints, Teurons, Les Cras, Clos du Roi e Bressandes. La situazione attuale, per paradossale che sia, sta bene a tutti; anche e soprattutto a noi appassionati e acquirenti di rossi di Borgogna, dal momento che, come accennavamo, i prezzi dei Beaune Premier Cru, generosi ma con eleganti sfumature agrumate e speziate, e longevi come pochi omologhi in Francia, non hanno mai neppure avvicinato la “soglia della decenza” altrove valicata con disinvoltura. Del resto, e lo verificheremo nella prossima puntata del nostro viaggio dalle parti di Pommard e di Volnay, anche altrove nella Côte de Beaune è possibile imbattersi in occasioni di acquisto di grandi rossi senza la necessità di sacrificare mezzo conto in banca o un organo vitale, come invece, purtroppo, accade a Vosne-Romanée, a Gevrey- Chambertin o a Chambolle-Musigny. Mangiavino ringrazia… négociants mouches à miel Mangiavino ringrazia l’editore per le immagini tratte dal volume “ ” di Armando Castagno Paolo Bartolomeo Buongiorno Borgogna. Le vigne della Cote d’Or www.buongiornovino.com