Che suono hanno gli olivi? Luigi Caricato Anche gli olivi hanno un’anima. Ammesso che sia opportuno ricorrere a questa parola, forse fin troppo umana, visto che si riferisce a qualcosa di molto complesso, che comprende e racchiude in un unico lemma sia il pensiero logico sia la sfera dei sentimenti. Già la parola stessa, anima, è di per sé sfuggente, seppure l’etimologia da cui trae origine renda comunque molto bene l’idea, chiarendone anche il significato più immediato, secondo cui l’anima è “soffio” e “vento”, la manifestazione della natura in tutta la sua evidenza. Già immagino il fruscio delle foglie di olivo provocato dalla brezza che ne attraversa i rami. E chissà se, in quest’ordine di idee, Ulisse, nel suo lungo, decennale peregrinare, anziché cedere alle lusinghe delle sirene, guadagnò la salvezza proprio a partire dall’ascolto interiore e immaginifico del suono degli olivi. Sarà stato, quel suono che la sua anima ha intercettato, una sorta di richiamo alla realtà che gli ha permesso di ritrovare l’agognata via del ritorno a Itaca. Certo è che l’eroe omerico realizzò il proprio talamo nuziale proprio modellandolo sopra un enorme ceppo di un olivo secolare. Fu esattamente per questo particolare segreto, svelato al suo ritorno, che l’incredula Penelope lo riconobbe, accogliendolo tra le sue braccia. Fin qui però il mito, la poesia, ma per tutti i Paesi che si affacciano sul bacino del Mediterraneo, l’olivo rimane in ogni caso l’elemento cardine, così come lo è stato per le tre grandi religioni del Libro: ebraismo, cristianesimo e islam. Può forse sorprendere e stupire, riconoscere e assegnare oggi un’anima agli olivi, ma la sensibilità e l’intelligenza delle piante resta un dato di fatto accertato, scientificamente documentato, nonostante gli studi siano solo recenti. La neurobiologia vegetale ci conferma che un olivo, così come qualsiasi altra pianta erbacea o arborea, può effettivamente “sentire”, percepire, interagire e comunicare proprio come noi umani. La loro sensibilità, si scopre, sembrerebbe addirittura di gran lunga superiore rispetto a quella espressa dagli organismi animali. Lo si sta scoprendo solo ora, in ragione dell’ausilio della tecnologia. Oggi possiamo perfino ascoltare, seppure in maniera indiretta, gli olivi. L’ascolto è reso possibile decodificando i segnali tramite alcuni sensori da applicare alla pianta. Attraverso la linfa che scorre lungo i vasi dell’albero, è possibile cogliere e decrittare il suono degli olivi. Le melodie sono state diffuse dal vivo a inizio marzo a Milano nel corso della tredicesima edizione di Olio Officina Festival. È stato toccante, per il pubblico convenuto. Il momento in cui è stata applicata su rametti e foglie la tecnologia Plants Play è stato alquanto suggestivo. Il dispositivo ha permesso di coglierne la molteplicità e varietà di suoni. In particolare, ha suscitato meraviglia e sbigottimento l’ascolto della traccia sonora dell’olivo ammalato di Xylella. La riproduzione dei suoni è stata eseguita solo dopo aver registrato le note musicali direttamente sul campo, operando in un oliveto del sud della Puglia. Non si poteva far diversamente, anche perché non è possibile trasferire altrove le piante infette; sarebbe da incoscienti, visti i gravi rischi di contagio e diffusione del batterio patogeno. Tutti i Paesi del Mediterraneo sono in allerta e temono la diffusione. Il rischio che possa rivelarsi devastante quanto e più la fillossera lo è stata per le viti è altissimo. C’è grande paura. Al momento sono oltre venti milioni gli olivi morti. Una strage. È per questo motivo che l’ascolto dei suoni prodotti dall’olivo infetto ha lasciato tutti sgomenti: è un suono cupo, dolente, perfino tenebroso. È stata come una liberazione quando si sono potuti ascoltare in presa diretta i suoni di un olivo giovanissimo, minuscolo, ancora in vaso. Collocato al centro della scena, sul palco, ha rinfrancato gli animi. Il suo canto tradotto in musica è stato sublime, polifonico, vivace, brioso, pieno di vita, raggiante: è stata, per tutti, una immersione nella gioia. Anche se in quei giorni Milano era sotto un’ininterrotta pioggia, la città invasa dall’acqua, il cielo uggioso, in assenza di raggi di sole, i suoni generati dalla pianta sono stati festosi: rappresentavano un inno alla vita. Era come se l’olivo si ritrovasse nel suo ambiente naturale, attraversato dal sole e dal vento. Non è stato il frutto dell’immaginazione. La performance è liberamente disponibile su YouTube, sul canale video di Olio Officina. Il momento dell’ascolto è stato catartico. Erano tutti attenti a udire ogni minima sequenza. C’è stata grande curiosità e stupore. Sul palco Alberto Fachechi, l’esecutore materiale dell’operazione, si è limitato ad applicare alcuni elettrodi su foglie e rametti di un piccolo olivo. I segnali elettrici scaturiti dalla linfa sono stati immediatamente convertiti in note musicali tramite un algoritmo. Il meccanismo è alquanto semplice: le frequenze generate dalla pianta vengono captate e inviate a un’apposita App per smartphone, la quale le decodifica, rendendole fruibili. Ciò che sorprende, è che si può arrivare a generare fino a cinque note in contemporanea. Si sviluppa una polifonia tanto complessa quanto efficace e suggestiva. C’è da riflettere su questa tecnologia. Faccio un esempio: un compositore in crisi creativa può partire dalle note generate dalla pianta per sviluppare una propria partitura, adattandola al proprio stile. L’aspetto che ha reso ulteriormente interessante questa esecuzione dal vivo è stato il lavoro compiuto dalla musicista Anna Pederielli, la quale, partendo proprio dalle tracce sonore emesse dagli olivi, a suo tempo precedentemente registrate, ha realizzato a sua volta degli spettrogrammi grafici a computer, traducendo così le note in uno spartito, per poi eseguirle, insieme alla musicista austriaca Lilian Urbas, con violino e violoncello. Uno spettacolo sorprendente e inusuale che ci permette di accostarci alle piante con atteggiamento diverso e più rispettoso. Anche gli olivi hanno un’anima, forse non una coscienza morale come noi esseri umani, ma di certo posseggono ed esprimono una intelligenza e sensibilità che vanno riconosciute, apprezzate e ammirate. Questa pianta, in particolare, proprio per la sua alta valenza simbolica, merita grande considerazione, tanto più che oggi non è più confinata nel suo habitat abituale, nell’areale del Mediterraneo, ma si estende per ogni dove, come ha ben riferito e argomentato, supportato da proiezioni video e da foto, Aleandro Ottanelli, dell’Università di Firenze, nel corso di Olio Officina Festival. Ormai l’olivo si coltiva ovunque, dal Pakistan all’India, dalla Cina al Giappone, oltre che in tanti altri luoghi un tempo impensabili. Cambia lo scenario, proprio mentre in Italia, Spagna, Portogallo, Grecia, Turchia, Tunisia e Marocco la produzione ha subito un forte calo, mai registrato in maniera così plateale, al punto da determinare un incremento dei prezzi che ha mandato in tilt i mercati con l’inevitabile e comprensibile riduzione dei consumi, a netto vantaggio di altri grassi preferiti per il prezzo più accessibile. Sarà forse l’effetto del cambiamento climatico di cui tanto si parla? Certo è che la siccità registrata nelle ultime due olivagioni ha creato danni enormi al settore. Sarà un fenomeno transitorio o è l’inizio di una rivoluzione epocale? L’olivo resterà una coltivazione segnatamente mediterranea o cambierà in prospettiva la sua collocazione geografica? La neurobiologia vegetale ci conferma che un olivo, così come qualsiasi altra pianta erbacea o arborea, può effettivamente “sentire”, percepire, interagire e comunicare proprio come noi umani.