Saint Amour mon amour. Spirito borgognone. Fabio Rizzari Uno dei più radicati pregiudizi che circola tra bevitori di scarsa cultura vinosa è che Beaujolais sia sinonimo esclusivo di vinello leggero, disimpegnato, banale. Tra i bevitori di media cultura vinosa non va meglio, perché ritengono in perfetta buona fede che Beaujolais sia sinonimo esclusivo di Beaujolais Nouveau, una tipologia da irridere perché “scarto di lavorazione”, “sottoprodotto”, “non un vero vino”; sottintendendo che loro sì bevono vini veri, mica bottiglie che “gli altri” stappano con le caldarroste; ma che scherziamo? Ebbene no, il Beaujolais non è solo un vinello leggero e banale, e non è nemmeno solo il Beaujolais Nouveau. Il Beaujolais è un’area vinicola che ha piena dignità, e che dalle sue vigne migliori può produrre vini di rara qualità e compiutezza espressiva. Certo, la vicinanza o meglio la contiguità con la scintillante Borgogna – della quale costituisce un ideale prolungamento territoriale, sfiorando con la sua appendice più settentrionale il sud borgognone di Saône-et-Loire – non l’ha storicamente aiutata. Beaujolais è da sempre assorbita nel cono d’ombra dell’ingombrante vicina, al punto da costituirne una sorta di controparte silenziosa. Là cru celebratissimi e contesi dagli enofili di tutto il pianeta, qui vini dal mercato asfittico, quando non in crisi endemica; là bottiglie costosissime, qui flaconi che finiscono sugli scaffali a cifre basse e talvolta ridicole per la qualità offerta. Là estesa copertura mediatica, con orde di giornalisti a battere la regione filare per filare; qui presenza critica relegata a qualche blog e sito specializzato, e poco più. Infine, e forse soprattutto, là il vitigno/feticcio per gli enofili di tutto il mondo, sua maestà il pinot nero; qui il più umile e certo non idolatrato gamay