Wine of Silence. Iran. Roberto Cipresso Bentrovati amici. Dopo avere attraversato insieme territori di latitudine, di terroir e di gusto, oggi vorrei portarvi in una zona più fragile e più esposta del mondo del vino, e proprio per questo necessaria. Un luogo in cui il bicchiere smette di essere semplice piacere e torna a farsi testimonianza. È da qui che prende avvio Wine of Silence, un progetto che riunisce uomini del vino decisi ad affiancare produttori che vivono in aree ad alta tensione, là dove la terra non è solo terra, ma anche confine, ferita, paura, religione, guerra. Un progetto nato per salvare varietà che rischiano di scomparire, per sostenere vignaioli costretti a lavorare contro la storia e contro la cronaca, ma soprattutto per restituire al vino una delle sue funzioni più alte: raccontare l’uomo nei suoi momenti più difficili. Non solo godimento, dunque, ma racconto. Non soltanto seduzione, ma memoria. Ci sono luoghi nei quali il vino non sembra essere stato inventato. Sembra piuttosto rivelato. Come se la vite, in certi angoli del mondo, non fosse stata addomesticata dall’uomo, ma lo avesse scelto. Mi piace immaginare quel momento remoto in cui l’umanità smette di inseguire il mondo, si ferma, osserva il cielo, misura il tempo e comprende che la terra può nutrirla soltanto a patto di essere ascoltata. È allora che avviene la mutazione decisiva: il frutto fermenta, cambia natura, smette di essere soltanto nutrimento e diventa rito, cura, comunità. Non è difficile pensare che proprio sull’altopiano iranico e tra le montagne degli Zagros questa avventura abbia trovato una delle sue prime forme compiute. A Hajji Firuz Tepe riaffiorano giare che custodiscono la più antica traccia chimica del vino finora identificata, datata tra il 5400 e il 5000 avanti Cristo. È un’immagine potentissima: il vino non come lusso tardivo della civiltà, ma come una delle sue prime parole.