L'enomaniaco: formazioni e deformazioni PSICOPATOLOGIA DEL CRITICO E DELL’ENOFILO CONTEMPORANEI Qualche tempo fa Alessandro Masnaghetti, un collega illustrissimo e uno dei pochi amici veri che penso di avere nel settore, ha ospitato nel suo periodico “Enogea” un pezzullo che ho scritto in uno spirito goliardico, ma con qualche pretesa di verità. Capire l’enosnob, in tutte le sue temibili varianti, è una vera sfida antropologica. Questo è un primo contributo critico, che lascio generosamente alle facoltà di Sociologia, agli studenti di Scienze della Comunicazione, e al mio vinaio sotto casa come promemoria. Psicopatologia del critico e dell’enofilo contemporanei ovvero, in sintesi: a) buoni e cattivi critici b) angoscia nascosta del giudizio e snobismo tra gli appassionati di vino Mi dispiace, ma dovrete rassegnarvi a leggere una citazione colta ogni tre o quattro righe. Per cominciare, a bruciapelo: chi è un critico enologico? È un arbitro di calcio, e come un arbitro gode di una considerazione non proprio lusinghiera: venduto per il pubblico e incompetente per i giocatori. Vale anche a specchio: venduto per i giocatori e incompetente per il pubblico. Rispetto ad altri settori della critica, pur rissosi, nel mondo del vino c’è in più una speciale forma di risentimento preventivo dei lettori verso i critici, e dei critici verso i loro colleghi. Un sospetto pregiudiziale che sfocia di solito in odio aperto se non si condivide il giudizio su un vino o un’azienda. “Quel coglione di x ha scritto che il Masseto 2000 è un grande rosso, pensa che fesso”; “Essendo un venduto psicopatico, y non ha premiato l’ultimo Barolo di Mascarello”, eccetera. Da anni mi interrogo su questa ferocia implacabile, esacerbata negli ultimi tempi dalla deriva modaiola che porta qualunque cittadino italiano maggiorenne (almeno all’anagrafe) a scrivere impunemente di vino. Lo sgomento iniziale ha lasciato il posto a una accettazione fatalista della realtà. Qualche motivo, banale quanto si vuole, credo però di averlo individuato. Il giudizio di gusto espone più di altri al ridicolo potenziale, e rivela più di altri la nostra fragilità. Chi accetta di correre questo rischio ha un atteggiamento più rilassato e libero, non ostile verso gli altri. Il rischio di essere traditi dal proprio lato imbecille è sempre dietro l’angolo, e non conosco un singolo degustatore professionista che non abbia scritto qualche cazzata sparsa. “Me ne sono uscito con una fesseria? Mah, pazienza, oramai l’ho detta...”, secondo (più o meno...) il vecchio Totò. Diverso è però il caso di chi non accetta di venire a patti con questo rischio. La paura di dare un giudizio sbagliato, cioè la paura del giudizio altrui, trasforma il critico in un osservatore rancoroso, sospettoso, malevolo verso lettori e colleghi. Lo trasforma nell’uomo che puntualizza. Il mondo del vino è pieno di uomini che puntualizzano, cercando non tanto di dimostrare la validità delle loro tesi – operazione ovviamente legittima – quanto di screditare quelle altrui. Di qui la poderosa mole di interventi polemici presenti nelle pubblicazioni specializzate e nei siti internet, ricchi di astiose confutazioni della critica concorrente e non di rado sprezzanti verso il lavoro di enologi e produttori. “Ci sono persone che sanno tutto, e questo è tutto quello che sanno”, per restare alle citazioni. Ora, tutto questo andrebbe anche bene, se fosse circoscritto al solo campo della critica enologica. Un settore che rimane un orticello di poca importanza, nonostante alcuni colleghi si considerino e si comportino come Ottaviano Augusto. Ma è una pericolosa forma di inquinamento mentale per chi è appassionato di vino e si fa coinvolgere in questo clima di snobismo generale. A costo di risultare zuccheroso, affermo che di fronte a un nuovo vino bisognerebbe sempre avere un atteggiamento iniziale di curiosità e apertura. L’impareggiabile Gino Veronelli diceva saggiamente: “Il buon critico, e il buon bevitore, prima cerca i pregi in un vino, e poi gli eventuali difetti”. Per non passare da fessi, o da ingenui, molti critici e molti enofili si dispongono invece a una sorta di caccia all’errore: questo rosso ha la volatile troppo alta, qui c’è troppo legno, questo l’hanno acidificato, e simili. Nella convinzione che un vero esperto non debba mai lasciarsi infinocchiare dai produttori e dagli enologi, dimostrando con una severità implacabile la sua competenza. Guai a lasciarsi sfuggire un ingenuo “buono, questo vino”, non si avrebbe modo di esibire le proprie credenziali critiche. Tutti, addetti ai lavori e appassionati, dovrebbero invece tendere a un sano senso della misura. Una misura e un equilibrio che di solito hanno sia i neofiti che i degustatori di lungo corso: in un caso e nell’altro non c’è infatti l’angoscia o l’obbligo di dover dimostrare qualcosa. C’è una disposizione d’animo serena, si “solidarizza” in partenza con il vino che si sta per bere, e solo se il vino è davvero deludente interviene un giusto disappunto; specie se la bottiglia in questione è stata pagata a caro prezzo. La citazione del caso è: “I pazzi e i saggi sono ugualmente innocui. Sono i semipazzi e semisaggi che sono pericolosi” (Goethe). Sottrarre severità, dogmi e “tono grave” alla degustazione non significa automaticamente per il critico perdere profondità d’analisi e per l’appassionato perdere intensità di piacere. Anzi. Significa accettare che ci siano opinioni anche molto diverse dalla propria, combattendole – se è il caso – con argomenti solidi e non cercando di ridicolizzarle. Significa non trovarsi intrappolati nel ricatto della competizione con l’amico appassionato, con il sommelier del ristorante, con l’enotecario di turno su chi la sa più lunga. Significa godersi in santa pace una buona bottiglia, e pazienza se il cameriere pensa che siate degli ignoranti perché avete chiesto di raffreddare un Barbaresco. ANCHE TU PONTEFICE IN SEI PRATICHE LEZIONI Benedetto XVI è indubbiamente uno dei più noti pontefici presenti oggi nella nostra penisola, ma non è l’unico. Nel mondo del vino esistono decine di pontefici. Sono in special modo attivi i pontefici prestazionali e quantitativi, quelli che si fanno forti del numero siderale di bottiglie stappate. Ritenendosi per questo al vertice di una classifica di merito, secondo l’equazione: più ho bevuto più conosco il vino. Sulla base di tale onorificenza autoattribuita emettono giudizi assoluti, vere e proprie bolle papali: . De disgustibus Bolgheresis vinis, Summa Cabernetum mediocritade, Versamentum barricatis rubrum in lavandinii, e simili Io, che pure sono consapevole da anni dell’importanza di avere un robusto “archivio storico” di assaggi per poter scrivere (forse) qualcosa di sensato sul vino, ho invece dubbi crescenti man mano che invecchio. Molto tempo fa, nel periodo dei miei disordinati studi musicologici, ebbi come insegnante di violoncello (cinque anni buttati nel tentativo di cavare un singolo suono dallo strumento) uno dei violoncellisti dell’Opera di Roma. Per questo mi capitò di conoscere il primo clarinetto della stessa orchestra. Un vero travet della musica: tecnicamente ineccepibile e freddo come una serata di gennaio a Danzica. Senso musicale, zero. Con la stessa pignoleria vuota avrebbe potuto fare l’assicuratore o l’istallatore di caldaie. Una mia amica d’infanzia, che non aveva studiato musica un solo giorno, poteva invece canticchiare il soggetto di una fuga bachiana con un’ispirazione, una pronuncia, un senso musicale molto convincenti. Aveva capito quello che c’era da capire. Se avesse deciso di fare la clarinettista, oggi non avremmo un coglione in meno ma di sicuro una musicista vera in più. Nel vino vale lo stesso, pari pari. So di macchine da guerra che hanno stappato, centellinato, provato e riprovato migliaia di bottiglie. Che sanno discettare con perentoria sicurezza su cru, annate, produttori. Ma che passano a lato di tutto ciò che un vino avrebbe eventualmente da comunicare. Non hanno capito quello che c’è da capire. L’ARTE DI SPACCIARSI PER ESPERTI DI VINO Se non vi basta godervi in santa pace una buona bottiglia dividendola con gli amici, ma ambite a fare bella figura con persone che non conoscete discettando di cibi e vini, siete in buona compagnia. Nell’Italia di oggi svariati milioni di individui ritengono che essere esperti enogastronomi sia un indispensabile simbolo di stato sociale: come avere l’ultimo modello di Suv, andare in vacanza nell’Azerbaijan, sfoggiare un cronografo vintage degli anni Sessanta, . et similia A chi vuole saltare tutta la noiosa trafila dello studio dei terroir, del mandare a memoria centinaia di nomi di vigne e vignaioli (soprattutto francesi), dell’approfondire il carattere specifico di ogni singolo anello della sequela di vendemmie dal 1899 ad oggi, la letteratura umoristica anglosassone viene in aiuto con accorgimenti astuti e scorciatoie impreviste. Nel volume dedicato al vino dell’ormai introvabile collana britannica “I Bluff” si suggeriscono un paio di tecniche verbali per reggere una conversazione tra enosnob: passepartout Se richiesti di un parere su una determinata bottiglia, slanciarsi in affermazioni personali non contestabili come “questo vino mi ricorda una serata a Tangeri, mentre il tramonto colorava di rosso i tetti delle case”, etc.: nessuno potrà contraddirvi. Se si parla di un’annata specifica, ribattere sempre citandone un’altra, con fare saputo: “Ho bevuto un magnifico Mouton ’53”; “Uhm, sì, certo, ma trovo superiore il ’55”. Più irriverenti i consigli di Dave Barry, grande gagman americano, già peraltro vincitore del premio Pulitzer. Nel suo suggerisce un metodo efficace per sembrare grandi conoscitori: “Non è necessario comprare buon vino ma è sufficiente procurarsi delle buone bottiglie vuote di vino francese. Basta poi riempirle di un vinello qualsiasi. Quando arriva la compagnia per la cena, si inframezza il discorso con molte parole pseudofrancesi, come ‘ho scelto l’Escargot ’63 piuttosto che il Garçon ’72 perché il del avrebbe esaltato del formaggio senza essere troppo stridente’, e il gioco è fatto”. The Art of Wine Snobbery bonjour s’il vous plâit la plume de ma tante Troppo caustico? Forse sì, ma conviene tenere bene a mente che l’anglosassone medio è invariabilmente birrofilo. Afferma infatti Barry: “Senza discussione la più grande invenzione della storia dell’umanità è la birra. Certo, la ruota è di sicuro un’altra notevole invenzione, ma la ruota non si abbina altrettanto bene con la pizza.”