Nelle provincie di NAPOLI, AVELLINO, CASERTA Alla ricerca del Gragnano perduto. Mio lungo errare nei vicoli di Napoli. Forse il Gragnano è là, sulla tavola di qualche “basso”, ma non oso informarmi. Un malinconico epicedio di Gino Doria sui vini “d’antan”. Eppure, il vero Gragnano, ricordavo esattamente dove lo avevo trovato, la prima volta, e nei primi tempi. Era da Don Luigi, vicolo secondo del Teatro Nuovo, traversa di Toledo, a sinistra per chi viene da piazza San Ferdinando. Una cantina, un cantinone: si scendeva sottoterra una dozzina di scalini, forse più. Damigiane, botti e bottiglie: pura bottiglieria. Il vino, lo si veniva a prendere col fiasco. Don Luigi lo spillava direttamente dalla botte. Oppure, si compravano le bottiglie tappate: Gragnano di due o tre anni. E quando lo si voleva bere lì, in mezzo alle botti, e perciò si voleva anche mettere qualche cosa sotto i denti (il Gragnano è soprattutto un vino da pasto), bisognava portarsi, o mandare a comprare, la pizza, il panino, la cartata di fave col pecorino: secondo i gusti e la stagione. Questo accadeva durante la guerra, quando Napoli ospitava tutto un grande esercito, e a breve distanza dal fronte: dai primi d’ottobre del ’43 ai primi di giugno del ’44, nove mesi di cataclisma. Perché, sì, ho vissuto a Napoli senza interruzione proprio quei nove mesi, e proprio allora ho imparato a conoscerla e ad amarla: la più sorprendente, la più stupefacente, la più umana città del mondo. Così che, dopo di allora, non seppi più staccarmene: cominciai a tornare a Napoli negli anni immediatamente successivi, quasi illudendomi, ogni volta, di ritrovarvi quella libertà, quell’allegria, quella confusione vitale con cui la città aveva reagito alla confusione disperata della guerra. Anche il Gragnano, mi illusi di ritrovarlo, di ritrovarlo senza neppure andare da Don Luigi, senza l’inconveniente, per berlo, di rinunziare a un pasto regolare: lo stesso vino, forse, le stesse bottiglie, forse, le avevo scoperte in una piccola trattoria non lontana. Le avevo scoperte da un oste che era, o che si diceva, parente stretto di Don Luigi, e che, per il vino, appunto da Don Luigi si riforniva, o diceva di rifornirsi. è una parola inglese, a cui manca l’esatta corrispondente italiana. “Attendibilità” è il vocabolo meno lontano, non volendo ricorrere a perifrasi. Se, poi, si allude all’attendibilità dei napoletani, bisogna dire che, contrariamente a quanto se ne pensa, essa esiste, ma non riguarda mai, o quasi mai, le circostanze, i fatti, le cose: riguarda soltanto, o quasi soltanto, i sentimenti e le idee. L’oste voleva farmi cosa grata: ecco il suo sentimento, e in questo non mentiva. A Don Luigi l’oste era amico, era uno stretto parente: ecco la sua idea, e non mentiva neanche in questa. Infine, la circostanza materiale che quel Gragnano fosse vero Gragnano, non parve, neanche a me, in nessun momento, che si dovesse negare. Ma che fosse lo stesso Gragnano di Don Luigi, dubitai fin dal primo momento: ci passai sopra perché la cucina dell’oste era squisita: oggi il dubbio rimane, e non è più in mio potere risolverlo. In ogni caso, è probabile che si sia trattato di una lenta degradazione: di quella stessa fatale decadenza che, dopo avere raggiunto la vetta del rendimento e dopo esserci rimaste per un periodo abbastanza lungo, pochissime aziende, ristoratrici o vinicole, sanno evitare. Probabile che in principio, subito dopo la guerra, quel Gragnano sia stato ottimo, anche se non veniva “da Don Luigi”; e che poi, a poco a poco, di anno in anno, le bottiglie siano state rimpiazzate da altre sempre meno buone: finché, un brutto giorno, diventarono addirittura imbevibili, e allora anche la cucina della piccola trattoria appartenne definitivamente al passato. Reliability come Ma io volevo ritrovare il Gragnano. Che cosa potevo fare? Sono tornato, l’altro giorno, al vicolo secondo del Teatro Nuovo. Follemente, ho scrutato, palpato, accarezzato le mura delle vecchie case, per vedere se riuscivo a scoprire, sotto gli intonaci di ogni età e colore, tra le connessure delle pietre o dei mattoni, l’ingresso della cantina, l’invito degli scalini che scendevano sottoterra così profondamente. Don Luigi e il suo Gragnano non c’erano più, va bene: ma dove, dove esattamente, erano stati? Talvolta accade che un negoziante o un artigiano si trasferisca in un locale vicinissimo a quello che abbandona. Con questa speranza, percorsi tutto il vicolo del Teatro Nuovo e cominciai ad aggirarmi nei vicoli vicini: si levavano alle loro strette fessure di cielo pavesati di panni, e troppo simili gli uni agli altri perché un ospite saltuario come me potesse distinguere le tracce precise del tempo, i segni delle modificazioni e dei precedenti insediamenti. I a cui mi affacciavo, e dove, passando, intravedevo nell’oscurità, confusamente e indifferentemente, letti disfatti, tavole apparecchiate, cucine, macchine da cucire, deschi di ciabattini, laboratori di piccoli artigiani, gente all’opera o gente in riposo, giocatori di carte, famiglie a mensa, donne che si pettinavano, e talvolta, sulle soglie, trespoli con su vassoi colmi di frittelle, sfogliatelle, pastiere, o catini di ceramica verde con fichi d’India e limoni immersi nell’acqua, suggerivano, tutti insieme, l’immagine mostruosa di una vitalità brulicante e inconsapevole, come potrebbe essere quella di foraminiferi, rizopodi, eliozoi nei loro abitacoli minerali, nei loro guscetti calcarei. Era, insomma, la vitalità di Napoli, la stessa che avevo imparato a conoscere durante la guerra, e che si perpetuava oggi: qualche volta, ancora, come conseguenza della miseria, ma più sovente anche se la miseria era stata superata, come si poteva dedurre dal gran numero di televisori, frigoriferi, lavatrici, e dalla straordinaria abbondanza di cibarie che intanto cuocevano sui fornelli quasi dovunque, poiché l’ora del mezzogiorno si avvicinava. bassi Mi pareva impossibile che non dovessi ritrovare, se non Don Luigi, un negozio qualsiasi di vinaio che smerciasse ancora il tradizionale vino dei veri napoletani; a più riprese mi trattenevo dall’affacciarmi a uno di quei bassi dove già si stava a pranzo, e dal domandare, indicando la bottiglia sul tavolo, se quello fosse Gragnano. Oppure, aveva ragione Gino Doria, che pochi mesi prima, a colazione “da Giovanni”, in via Domenico Morelli, mi aveva solennemente e tristemente comunicato come il Gragnano non esistesse più: “Il migliore era quello di Lèttere, un piccolo comune, quattro case sparse sopra Gragnano. I vigneti, forse, ‘ce stanno ancora’. Ma chi si dà la pena di fare il vino? E chi, ammettendo che qualcuno lo faccia ancora, chi si dà la pena di trasportarlo a Napoli e di venderlo? Chi lo cerca, chi lo vuole ancora? Chi si ricorda che esisteva?” Ancora niente Gragnano. Breve incontro con il Terzigno. Nella trattoria di Napoli dove si mangia meglio non c’è niente da cucinare. La donna che vendeva pane di notte. Gli spaghetti di Eduardo, al sugo di pesce senza pesce. Lèttere: vino letterario, e cioè irreale, mi veniva dunque voglia di definirlo, mentre instancabile salivo e scendevo i vicoli di Toledo: ma sapevo che il nome derivava da “latte”, trovandosi il paesello sulle pendici settentrionali dei Monti Làttari, ricchissimi un tempo di pecore e capre. D’altra parte, più mi ostinavo nella ricerca, più cresceva in me il desiderio e si precisava il ricordo: colore rosso rubino carico, che tirava allo scuro; profumo vinoso e campestre; frizzantino, e quando giovane addirittura spumoso, non spumante, spumoso di una spuma che calava subito e subito spariva per sempre; pastoso, denso ma allo stesso tempo scivoloso: come un lambrusco di , come una barbera di ; e con un aroma, un retrogusto gradevolissimo di affumicato: un affumicato della stessa specie di quello del whisky al malto Nonostante il colore, non andava bevuto a temperatura ambiente, ma freddo, e freddo , naturalmente, mai di frigorifero. Dov’era il Lèttere? Dov’era il Gragnano? più corpo meno corpo ma infinitamente più volatile. di cantina Una bambina, correndo, svolta da un vicolo laterale, e s’infila in un basso, sparisce. Aveva in mano un bottiglione di vino scurissimo. Mi slancio, senza esitare. Arrivo alla porta del basso, che il bottiglione è già posato al centro della tavola apparecchiata, e la bambina è scomparsa, inghiottita dalla piccola folla della famiglia, uomini e donne e bambini, di tutte le età, le donne semisvestite, gli uomini in calzoni e maglietta. Stanno prendendo posto: ecco anche il piatto dei maccheroni, purpurei di pomodoro. A un uomo che è il più vicino di tutti alla porta, chiedo dove la bambina ha comprato il vino. “Qui dietro,” mi risponde pronto, senza nessuno stupore, e indicandomi la direzione “a sinistra, in fondo al vicolo, vicino al tabaccaio.” Il vinaio era vero, verissimo: ma infimo. E il vino non era Gragnano: ma Terzigno. A Terzigno, paesone sulle pendici orientali del Vesuvio, diametralmente opposto a Portici, qualche chilometro più a nord di Boscotrecase, manca il riflesso del mare e la vista del golfo, manca quel sole pieno che invece batte, fino al tramonto, dall’altra parte della pianura di Pompei, sulle alture di Lèttere, Pimonte, Sant’Antonio Abate, i luoghi tipici del Gragnano. Infatti, paragono al mio ricordo del Gragnano il gusto di questo bicchiere di Terzigno, che bevo per aperitivo: e lo trovo più aspro, più leggero, più volgare. Se già il Gragnano appartiene a quelli che i francesi chiamano “petits vins”, piccoli vini, non ai vini classici, da arrosto e da invecchiamento, il Terzigno potrebbe essere definito addirittura un “vino piccolissimo”: non sgradevole a pasto, intendiamoci, e, proprio perché così aspro e leggero, probabilmente buono anche sui pesci e sulle verdure, sebbene rosso. Non si tratta, in ogni caso, di un vino che “viaggia”: che sopporta i viaggi. Tiro avanti. La ricerca continua. Questa volta, dato che siamo a Napoli, sarà una ricerca attuata con metodo napoletano: non razionale, ma istintiva, tutta guidata dalla fantasia, dal capriccio, dal fiuto, dai suggerimenti, a me stesso misteriosi, dei sensi e della memoria. Per cominciare, devo far colazione: e scelgo una piccolissima trattoria senza insegna e, credo, senza nome, che mi attrae da anni, ogni volta che vengo a Napoli, e dove non ho mai avuto il coraggio di entrare, tanto il suo aspetto è sordido. Un vicolo dall’altra parte di Toledo: una casetta stinta, sbrecciata: due sudici ingressi, due stanzucce dal soffitto basso con rari tavolini e clienti ancora più rari, perduti nell’oscurità: in fondo a una delle due, la fiamma di un forno: e tra l’una e l’altra, incastrata con il suo ingresso e con la sua insegna sul vicolo, una botteguccia da barbiere. Entro, ordino, e devo attendere forse mezz’ora che mi servano il primo piatto. Ma l’attesa, miracolosamente, non m’infastidisce. Sopporto volentieri, senza badarci, la crescente fame, perché frattanto assisto a un vero e proprio spettacolo, a un atto unico dei De Filippo, recitato inconsapevolmente da un tavolo all’altro, con finissimo umorismo, tra un vecchio avvocato, o cancelliere di tribunale, e una coppia di vecchi borghesi, marito e moglie. L’argomento, manco a dirlo, è un’eredità, un testamento impugnato, una casa in demolizione, le astuzie degli eredi, la circonvenzione di un incapace, le cambiali false e le cambiali vere. Come rimpiango di non avere un registratore, o, meglio ancora, una macchina da presa nascosta! Davanti a me, al solo altro tavolino occupato, un signore roseo, glabro, lustro, sorridente, camicia azzurra, pullover beige, che dimostra indifferentemente trenta o cinquant’anni, attende anche lui di esser servito; e anche lui, come me, si diverte alla scena. Quando, a lui e a me, arriva finalmente il primo piatto, il signore in beige (che ha tutta l’aria di essere un antiquario: ci giurerei) mi spiega che questa trattoria è forse quella, di tutta Napoli, dove si mangia meglio: “E sa perché? È una ragione puramente economica. Qui sono così poveri che non hanno mai in dispensa la... materia prima. Attendono il cliente: attendono l’ordinazione, e poi mandano a comprare. E così, tutto è sempre freschissimo. La sera, poi, si mangia ancora meglio della mattina: eh sì! perché cambia gestione: ai fornelli, subentra il cognato, che è un cuoco di grande classe. Il locale resta aperto fino all’alba, sempre. E dopo la mezzanotte, l’ambiente diventa pittoresco assai: lei mi capisce.” “A quanto vedo, il locale non ha nome: almeno, non ha nessuna insegna.” “Il nome, ce l’ha,” sorride il signore, arrossendo. “E sarebbe?” Il signore esita, continua ad arrossire. Infine, decidendosi, abbassa la voce: “ . Come dire: , o, se vuole: .” Du fetente chez celui qui sent mauvais chez l’empoisonneur “Forse una volta,” insinuo, “il locale era importante, e adesso è decaduto.” “Da quando ricordo, è sempre stato così: esiste certamente dal secolo scorso, e anche allora sempre in queste condizioni.” “Ma, se di notte è frequentato come dice lei, faranno quattrini, no?” “Pochi, relativamente, perché i prezzi sono minimi, vedrà. E poi, sono due famiglie numerose che vivono esclusivamente su questa trattoria: in tutto, almeno una trentina di persone. Due famiglie; due cognati; due gestioni separate anche nei conti: quella del giorno e quella della notte.” “E la notte, come fanno, per il rifornimento? Dove mandano a comprare la roba?” “A Napoli, chi ha denari per comprare trova sempre chi vende, a qualunque ora. Specialmente se si tratta di cibarie...” ... Un colpo di sonda nella memoria. Anni fa, in pieno inverno, alle tre di notte, un vicolo di questi, deserto: e, sotto un lampione, alla cantonata, una donna con al fianco una bambinetta, e a tracolla un vassoio colmo di qualche cosa, coperto da un panno. Mi avvicinai: vidi che si trattava di pane. Le domandai come mai vendesse pane a quell’ora. Non rispose nulla. Taceva, fissandomi come se l’avessi offesa. Insistei, e continuai a insistere, esasperato dal suo silenzio, finché ebbi soddisfazione. Ecco la risposta della donna: “Eh, caro, signore, ce so’ pure di quelli che solo mo’ hanno i soldi. E poi... e poi, ognuno sta per i fatti suoi.” Così dicendo, mi voltò le spalle, e se ne andò, adagio, diritta, con la bambina attaccata alla gonna. Incassai. Una lezione per sempre, che unicamente Napoli mi poteva dare. “Solo mo’”: solo alle tre di notte, c’è qualcuno che riesce a fare i pochi soldi necessari per comprare un pezzo di pane: e c’è qualcuno, forse ancora più miserabile, che resta in piedi in mezzo ai vicoli fino a quell’ora per venderglielo. La povertà, ancor oggi, è forse la chiave per capire Napoli: e, quindi, anche per capire la vera, la buona cucina napoletana. Una volta, Eduardo De Filippo mi disse: “Vuoi vedere che ti faccio gli spaghetti al sugo di pesce senza usare nemmeno un grammo di pesce, e tu, quando li assaggi, giuri che sanno di pesce?” Ancora Eduardo non mi ha dato la prova: ma io credo. E per i vini, sarà forse lo stesso? Cercando il Gragnano, scopro che c’è ancora chi pigia l’Asprino, il bianco più secco del mondo. Insieme all’Asprino, scopro la bottiglieria di Don Vicienzo Triunfo, il solo vero vinaio che abbia incontrato a Napoli. “Nun ce stanno cchiù e’ vini: so’ rimaste sulo e’ nomme!” Tutto quel pomeriggio, e tutto il giorno seguente, continuò la ricerca disperata: camminando nei vicoli, affacciandomi ai bassi, entrando nelle bottiglierie o anche nei bar che, all’aspetto, potevano vendere vino buono, visitando i quartieri più popolari, come Costantinopoli, Porta Capuana, la Marinella, la Sanità, il Pallonetto, il Monte d’Iddio. Invano sempre. Ero esausto. La mattina del giorno ancora successivo, e cioè del terzo, mi accompagnò un amico carissimo, che vive a Napoli da più di vent’anni e che perciò la conosce meglio di me. Fu lui a condurmi in certi vicoli in salita, che congiungono la Riviera di Chiaia a via dei Mille prima, e poi a via Francesco Crispi, fino a Mergellina. E fu qui, a vico Santa Maria della Neve, che mi balzò il cuore vedendo finalmente, in un angolo di case che sembrava sbarrare il cammino e che non poteva passare inosservato, quasi rifugio invitante alla sosta e al sogno, un vinaio dall’insegna verdolina e ottocentesca, similissimo e per questa insegna e per l’ubicazione a una bottiglieria di via Bossi, a Milano, che adesso non c’è più, e ad altre bottiglierie di Torino, dove si può entrare con la sicurezza di trovare Barbera vera d’Asti o genuino Dolcetto delle Langhe. “Balestrieri” dice l’insegna: un nome che mi piaceva: nome genovese, se non erro. Ed era, ahimè, un’ultima delusione. Tutto intorno, alle pareti, bottiglie di vermut neanche delle migliori marche, e altre di sciroppi, aranciate, acque minerali: e proprio al centro della sala, profonda, antica, alta, una nobile architettura in sé non guasta, l’aborrito frigorifero scarlatto di quella bibita americana “de cuyo nombre no quiero acordarme”. Un vecchio magrissimo, sudicio, malraso, alto ma curvo, mi viene incontro traballando: sembrava che stesse per stramazzarmi ai piedi. Gragnano? Vini pregiati? Vini genuini? Vecchi vini in bottiglia? Non se ne parla nemmeno. Mi avvio dunque, e prima di andarmene, come in tutti gli altri posti, ma ormai senza più speranza, chiedo dove, forse, potrei trovare quanto vado cercando. Il vecchio mi sorprende: “Qui sotto, appena voltate alla vostra sinistra, sulla Riviera di Chiaia, dai Fratelli Triunfo. Là, tutto è vino.” Facevo, così, pochi istanti dopo, la conoscenza del solo vinaio degno di questo nome che ho trovato in Napoli. Nella loro botteguccia fresca e oscura, così modesta all’esterno che poco prima, passando davanti, non l’avevo notata, e ora, invece, entrando, vedevo con stupore quanto si prolungasse in una profondità colma di botti. Don Vicienzo Triunfo e il suo fratello minore Don Antonio mi apparvero, di là dall’altare del bancone di zinco, quali officiante e diacono. Spiegai subito a Don Vicienzo lo scopo del mio viaggio, dissi della mia via crucis napoletana e come la sua stazione mi fosse sfuggita e come, infine, il vecchio di Santa Maria della Neve me l’avesse indicata. “È stato cavalleresco,” sentenziò Don Vicienzo con voce cavernosa. Canuto, solenne, rassicurante, Don Vicienzo dimostrava all’aspetto, e confermava con la cavernosità stessa della voce, quella naturale autorevolezza che deriva ai “napoletani massicci” forse dal solo fatto che sono una innegabile minoranza in confronto ai “napoletani smilzi”. Smilzo neppure lui, ma non così imponente come il fratello, Don Antonio ascoltava le mie antifone e i salmi di Don Vicienzo interpolandovi qualche versetto, e intanto serviva i clienti: soprattutto mesceva in degustazione vino sciolto e manovrava alacremente un rubinetto apposito, come a Londra o Parigi, in pub o bistrot. Improvvisamente, mi accorgo del cartello che è appeso alla colonnina del rubinetto. Dice: “Asprino gelato”. La mia meraviglia è somma: “Asprino? Ma quale Asprino? Non sarà mica, per caso, Asprino di Aversa?” “Di Aversa, certo. E quale altro Asprino potrebbe esistere?” Credevo fermamente che dell’Asprino si fosse perduto anche il ricordo. Io stesso, lo conoscevo soltanto per procura. Paolo Monelli, nel suo bel libro , dice di averlo assaggiato più volte. Ma quanto tempo fa? “L’Asprino, era ancora piena estate, me lo andavo a bere come aperitivo sulla fine del pomeriggio in certi antri ombrosi lungo la Riviera di Chiaia: fresco di grotta, acidulo, pallidissimo, fra il color paglia e il verdolino: costava, allora, una lira e venti il litro...” Quanto tempo fa, dunque? Almeno quarant’anni. In ogni modo, sono felice di scoprire che c’è ancora chi pigia l’Asprino. Don Vicienzo va, di tanto in tanto, a farne rifornimento a Lusciano, alle porte di Aversa. E c’è ancora chi lo beve, e proprio alla Riviera di Chiaia! Monelli cita il Redi, a cui non piaceva (“quel d’Aversa acido asprino / che non so s’è agresto o vino”) e racconta di papa Paolo III Farnese che lo beveva “per vincere i calori dell’estate e anche per purgare gli umori del corpo”. Veronelli, parlandomene, lo paragona ai vinhos verdes portoghesi. Io lo assaggio adesso, per la prima volta, e ne rimango strabiliato. Il vero bevitore Non c’è bianco al mondo così assolutamente secco come l’Asprino: nessuno. Perché i più celebri bianchi secchi, i vini del Reno e d’Alsazia, i Fendant del Vallese, i Tokaj ungheresi, i Sylvaner di Jugoslavia, i Zinandàli di Georgia, e perfino i Poully Fuissé, perfino i Blanc de Blanc includono, sempre, nel loro profumo più o meno intenso e più o meno persistente, una qualche sia più vaghissima vena di dolcezza. L’Asprino, no. L’Asprino profuma appena, e quasi di limone: ma, in compenso, è di una secchezza totale, sostanziale, che non si può immaginare se non lo si gusta. Pensate a un “martini” (cioè martini secco, gin e limone) smorzato, con un prodigio, in vino, o a un succo di limone ravvivato in vino con un prodigio eguale e contrario. Ecco perché non sono d’accordo con Monelli, né con questi clienti dei Triunfo, che lo bevono come aperitivo. A digiuno, certi palati potrebbero anche trovarlo eccessivamente acidulo. L’Asprino, secondo me, va bene soprattutto col pesce. Ma che vino! Che grande “piccolo vino”! E com’era difficile definirlo, trovargli fratelli, cugini, parenti anche lontani! Dài e dài, mi ostinavo. Assaggiavo, a occhi chiusi, un bicchierotto sull’altro, di quelli bassi e scanalati, che chiamano “parigini”. Mi concentravo. Mi sforzavo di ricatturare, una dopo l’altra, e separatamente una dall’altra, sensazioni così labili, così evanescenti come possono essere quelle legate al ricordo di un bianco secco bevuto in passato, chissà dove, e di paragonarle, una per una, alla sensazione che provavo in quel momento con l’Asprino. Per successive e pazienti esclusioni, non senza incertezze e riprove, mi parve finalmente di poter affermare che, tra i vini di mia conoscenza (ignoro, per esempio, i portoghesi suggeriti da Veronelli), l’Asprino assomiglia ad un unico altro vino. Ma avevo bisogno di una conferma. Scrissi un nome su un bigliettino, e pregai Ignazio Bòccoli, mio compagno di viaggio e consulente enologico, di fare altrettanto. Vittoria. Ambedue i bigliettini dicevano: “Il Capri Bianco Acqua di Ettore Patrizi”. “Conoscete, Don Vicienzo, il Bianco Acqua del Marchese Patrizi? E come potremmo ancora trovare il vero Gragnano? E il Taurasi, Don Vicienzo, l’Aglianico di Taurasi? E il Greco di Tufo, e il Solopaca del Di Marzio? E il Fiano, il Vitulano, il Pannarano, il Falerno, lo Strìgari di Monteruscello? E il Corbara, l’Irno, il Sele, la Sanginella di Salerno?” Don Vicienzo mandò un profondo sospiro; la sua voce cavernosa disse: “Nun ce stanno cchiù e’ vini: so’ rimaste sulo e’ nomme!” A questa frase, che avrei poi usato come epigrafe dei miei Reisebilder, capii che i fratelli Triunfo, per conto loro, avevano capito tutto: se, anche qui, qualche vino vero continua a esistere, capii che senza il loro aiuto la ricerca per me sarebbe stata vana, o almeno più lunga e più difficile. Parto per Lèttere. Faccio conoscenza con Mariano Del Gaudio, bambino di anni nove, cinque mesi e un giorno. Il Gragnano ritrovato. Pace e insieme smania, ovvero i paradossi del vino e dell’amore. A Lèttere, per il Gragnano. Arriviamo verso il tramonto. Paesaggio alpestre, rupestre, pastorizio, e insieme foltissimo di vegetazione. Valloncelli, dossi, poggi preromantici. E, tra le vigne, i lecci, i noci, i castagni a picco sulla piana di Pompei, in vista di Castellammare e del Golfo, delle isole lontane e del Vesuvio, casette o villette, di un tardo barocco o di un neoclassicismo rustico, coi loro portichetti o con i loro pronai a colonne di pietra, quasi quinte di una scenografia naturale, ma a misura umanissima, cui certo si ispirarono gli artisti dei presepi napoletani, e poi pittori come Gigante e i Palizzi. Dopo avere visitato nel grosso borgo di Sant’Antonio Abate il signor Vittorio Longobardi, commerciante di vini cui ci aveva indirizzato Don Vicienzo, siamo saliti quassù, alla Canonica. È un albergo rustico, relativamente modesto ma molto pulito, e grandioso di dimensioni, e perciò allegro, simpatico. Fu costruito, pare, rammodernando e ampliando la già spaziosa dimora di un vecchio canonico. Nella vastissima sala da pranzo, villeggianti a cena. Mi riconoscono subito, per via della televisione, e mi accolgono con quell’affettuosa cortesia, con quella commovente famigliarità che solo i napoletani sanno dimostrare tanto prontamente. C’è l’ex-colonnello Salvatore Lentini, quinto reggimento artiglieria di campagna, che subito, contaminando per me il suo accento partenopeo con un piemontese nostalgico di giovinezza, mi parla di Torino, della Venaria Reale e delle bele tote. Ha ottantadue anni, sebbene, vigorosissimo, ne dimostri almeno venti di meno. La Torino che lui ricorda è quella di , di Camasio e Oxilia, dell’ultimo calore della Belle Époque. C’è il ragionier Majorani, c’è il costruttore Giovanni Fontanella, c’è Francesco Fusco, capitano dei mitraglieri, che combatté a Bligny. E c’è un bambino straordinariamente ciarliero, ridente, entusiasta, roseo e paffuto nella sua zazzeretta quadra, che, vedendomi prendere appunti, mi salta al collo: “Dottor Soldati, vi prego! Scrivete anche il nome. Mariano Del Gaudio. Futura professione: avvocato... almeno, spero. Napoletano. Conosciuto a Lèttere, nella locanda La Canonica. Di anni nove, cinque mesi e un giorno. Abitante a Napoli, piazza Gesù e Maria 15, interno 6: Quartiere Avvocati.” Che domicilio perfetto, e che perfettissimo nome! Auguri per la tua vita, o Mariano Del Gaudio. L’immediato ripensamento, e la delicata correzione (“almeno, spero”) dimostrano che sei anche serio, e che, con l’aiuto del cielo, un giorno sarai un bravo avvocato. Addio giovinezza E c’è il proprietario, Antonio Pentangelo. Offrendomi la buonissima cena, stappa una dopo l’altra bottiglie di Gragnano di Lèttere, di due e tre anni. Finalmente, il Gragnano che ricordavo: quello di Don Luigi. Preciso. Un vino senza pretese, un piccolo vino: ma, bevuto sul luogo, e, a pasto, veramente insuperabile. Fatto alla buona, con le uve di una quantità di vitigni, tutte, però, raccolte sul posto: Olivella, Aglianico, Nerello Mascalese, Jaculillo, Piede di Palumbo, Nufriello, Cascaveglia. Ci si aggiunge, a un dato momento della fermentazione, un 10% di mosto dolce bianco, “lambiccato”: ossia filtrato, quintessenziato, depurato dalle bucce. “Il migliore Gragnano,” spiega Pentangelo “è quello nostro, di Lèttere, perché qui siamo a quattrocento metri di altitudine, e : perciò l’uva rimane più gustosa. Bocca bella come il vino di Gragnano, dicono a Napoli. Ma guardi questo...” e mi presenta una pergamena dove spiccano in cornice alcuni versi: quando piove l’acqua se ne scende O vino e’ zì Canonico. Pace: pe’ ll’anema squiieta. Smania: pe’ chi ’mpace vo’ stà. Suonno: pe’ chi s’avota areto, e n’ato suonno ancora vo’ sunnà. Dunque, il Gragnano dello zio Canonico porterebbe pace e, allo stesso tempo, smania? Per un momento, ho pensato a un errore: poi, addirittura, a una finezza. Ma sì: questa contraddizione non è forse un effetto caratteristico del vino, di ogni vino, come della compagnia di ogni creatura vivente e viva? Trovo stupenda, in ogni caso, la melodiosa conclusione, che, purtroppo, è intraducibile poeticamente in italiano. “Pe’ chi s’avota areto”, infatti, significa “per chi si volta indietro” come verso il proprio passato, ma significa anche “per chi si volta dall’altra parte” come, molto semplicemente, tornando a dormire, “e un altro sonno ancora vuol sognar”. Il vino a scuola, auspice De Sanctis. Il professor Rocco Cassano mi offre il primo bicchiere di Aglianico della mia vita. Al primo segue il secondo. Al secondo il terzo. Il conto è presto perduto. Seconda e più energica sbronza. Il vino buono si vende senza frasca. Ad Avellino, sempre seguendo le istruzioni di Don Vicienzo, andiamo alla Scuola Statale di Viticoltura e di Enologia. Fu fondata nel 1878 da Francesco De Sanctis, che era della provincia, di Morra Irpina, e che, in qualità di Ministro della Pubblica Istruzione, dimostrò anche così il proprio genio precursore. Scuole statali esistono anche altrove: ad Alba, per esempio, e a Conegliano. Ma questa pare che sia la più antica. Il direttore, professor Rocco Cassano, si rivela subito come un umanista. Basti dire che è amico di Niccolò Gallo. E proprio per questo, forse, non si perde in preamboli. Passiamo nella modernissima biblioteca. Sul grande tavolo, cominciano ad arrivare le bottiglie. Si stappa. Deliziose etichette, tra le pochissime che approvo. È il vecchio cliché della Scuola quando fu fondata. Da umili reperti come questo, sarà chiaro un giorno che la nostra civiltà pagò i suoi enormi progressi con la perdita della coordinazione. Perché non dovrebbe essere di buon gusto l’etichetta di un vino di gusto buono? Ma non sappiamo ancora come sono i vini della Scuola. Mentre assaggiamo. Cassano li descrive. Sono molti, e di diversi tipi. Prodotti sperimentalmente, nei terreni in dotazione. Soli tecnici, gli stessi insegnanti. Soli operai, gli stessi allievi, che fanno tutto: procedono agli scassi del terreno; piantano le barbatelle e le innestano; potano, danno il solfato, raccolgono le uve, le scelgono; azionano le diraspatrici, travasano, filtrano, imbottano, imbottigliano. Nel 1880, dice Cassano, la provincia di Avellino produceva un milione di ettolitri l’anno: oggi, soltanto 400.000. “Prendiamo ad esempio l’Aglianico di Taurasi, il re dei nostri vini, un po’ quello che è il Barolo per la provincia di Cuneo. In seguito alla fillossera e all’emigrazione, dopo l’altro dopoguerra la produzione dell’Aglianico scese da 20.000 quintali a 4/5000. Si era passati ad altre colture, grano, tabacco, frutta, meno costose e meno difficili della vigna, soprattutto meno bisognose di manodopera specializzata.” Don Vicienzo mi aveva accennato anche a questo; e aveva addirittura aggiunto che, secondo lui, la fillossera aveva distrutto l’Aglianico per sempre: dalla fillossera in poi, tutti i vitigni europei, con la sola eccezione dell’Asprino, vennero innestati su barbatelle americane, che erano refrattarie alla malattia; ma, per qualche ragione misteriosa, sulla barbatella americana l’Aglianico “non dava bene”. Quando, tuttavia, sto per riferire l’opinione di Don Vicienzo al professor Cassano, questi, proprio in quell’attimo, mi offre il primo bicchiere di Aglianico della mia vita. Perciò taccio, e comincio ad aspirare il profumo, e a traguardare il colore contro la grande luce dei finestroni della biblioteca, spalancati sulla vastissima campagna intorno alla città di Avellino. Profumo sottile, come di lampone. Colore granato denso, che tende all’arancione, e più ancora mi sembra che debba tendere, con l’invecchiamento. Purtroppo, non mi sono scritto di quale annata fosse questo primo bicchiere. Dal colore, che ben ricordo, direi piuttosto giovane: forse del ’64. Estremamente secco, quasi allappante: altro segno, per un vino come questo, di relativa giovinezza: ma ricordo certi Barbaresco e certi Gattinara, cui stranamente l’Aglianico assomiglia, e direi che sempre con l’invecchiamento, dovrebbe ammorbidirsi, arrotondarsi, perdere ogni fortore. Man mano, infatti che passiamo a bottiglie più antiche, la mia previsione si verifica puntualmente. Insomma, si tratta di un vino di prima classe: un “grand vin”. Sempre Paolo Monelli, citando uno scritto di Sante Lancerio, bottigliere di Paolo III, riferisce che Sua Santità ricercava il vino Aglianico, specialmente quello di poco colore e pastoso, ossia chiaro e morbido, ossia conservato da molte annate, perché era “pieno, e grande bevanda delli vecchi”. Il Garoglio, infine, conferma: “Colore rosso rubino intenso” (ma col tempo passa al granato) “... gradevole, caratteristico da giovane e che ingentilisce con l’invecchiamento... Allora soltanto diventa armonico e profumato... Alcool, da dodici a tredici gradi... È affine alla Barbera e al Barolo, sotto le cui denominazioni viene ordinariamente smerciato.” “La Barbera qui viene benissimo,” spiega Cassano. “Barbera bastarda, se vogliamo: ma buona. E i coltivatori del posto la mettono sempre di più, perché meno delicata dell’Aglianico, e richiede meno cure. E così, purtroppo, la Barbera a poco a poco finirà con l’uccidere l’Aglianico. Ma che cosa ci vuol fare? Anche il Cabernet e il Sangiovese vengono benissimo. E il Greco di Tufo, che si vinifica ‘in bianco’, cioè senza le bucce: il grappolo, detto Animea Gemella, si distingue per la sua struttura Il Greco assomiglia ai Bordeaux bianchi e dolci, per esempio al Graves. È squisito.” alata. Fra i bianchi, proviamo il Greco, e proviamo anche il Fiano: acidulo, fresco, con uno strano retrogusto di nocciola tostata. E infine, tra un bicchiere di Aglianico e l’altro, cui torniamo irresistibilmente, non da assaggiatori ahimè ma da bevitori, una qualità di Fiano Spumante, specialità della Scuola, che non riusciamo ad apprezzare abbastanza, forse perché momentaneamente viziati dalla potenza dell’Aglianico. Frattanto, Cassano, forse per abitudine professionale, o perché mi crede molto più tecnico di quanto io non sia e non si accorge del mio stato, scivola gradatamente in dissertazioni enologiche dove mi è sempre più difficile seguirlo. Senza dubbio, è anche colpa, o merito, dell’Aglianico. Cominciano a giungermi frasi staccate: “... Acidità... Acidità volatile... Acescenza... Acidità totale... Perché bisogna sapere che i componenti chimici del vino sono oltre duecento... Il vino è un essere vivente... Acido malico e acido lattico... Fermentazione malolattica, che non ha niente a che vedere con lo svilupparsi dell’alcool dalle sostanze zuccherine...” Ma non perdo proprio tutto. In un momento di lucido intervallo, mi rendo conto che la mia ignoranza tecnica deve essere corretta almeno a proposito di un fenomeno fondamentale. In contrasto con quanto, molto scioccamente, avevo sempre creduto, l’alcool che si sviluppa naturalmente dagli zuccheri contenuti nei mosti e poi nei vini, a partire da un certo momento Al massimo dopo due anni, il grado alcoolico di un vino resta quello che è. L’invecchiamento, di cui tanto si parla, non riguarda dunque l’alcool, ma il colore, il profumo, l’aroma, il gusto: tanti altri componenti ma non l’alcool. Con l’età, l’alcool non aumenta più. caso mai diminuisce. Passiamo insieme col professor Cassano il resto della giornata. Un meraviglioso pranzo che non dico, a base ancora di Aglianico; e poi una corsa in macchina oltre il Calore, fino alle vigne di Taurasi. Un po’ dovunque, vediamo immense coltivazioni di tabacco: le sottili diritte pianticelle dalle larghe foglie verdechiare, che contendono sistematicamente lo spazio alle vecchie vigne. È l’industria che avanza. “Ma il vino buono ha bisogno di ben altre cure,” mormora il professore, “e il vino buono si vende senza frasca.” È un altro detto napoletano, che allude alla “frasca” anticamente appesa sulla soglia delle botteghe di vino, e che è ancora valido. Ma valido purtroppo: perché, oggi, chi ha più il tempo e la pazienza di cercare il vino dove non è frasca? Oggi il vino, come tutto il resto, si vende in grandissima parte con la pubblicità. Dobbiamo perciò adoperarci perché abbia frasca, e una frasca sua, diversa dalle altre, anche il vino buono. In elicottero a Capri da Ettore Patrizi, amico di Graham Greene e Norman Douglas. Andiamo in elicottero a Capri, da Ettore Patrizi, a controllare se il nostro ricordo era esatto. Ettore Patrizi è amico di miei amici: soprattutto dello scrittore inglese Graham Greene; ed era intimo di un altro scrittore inglese, Norman Douglas, elettivamente cittadino di Capri. Il vecchio Norman, inglese di lingua, ma scozzese di sangue e perciò strabocchevolmente umano, aveva dimostrato per me e per mia moglie, quando vivevamo anche noi a Capri, un affetto così intelligente e così delicato, che ancora mi commuove. Ed ecco che, con Patrizi, i discorsi sul vino si intrecciano continuamente ai discorsi sulla letteratura o, meglio ancora, su tutta la vita. I falsi e i veri Capri. Bianco Acqua, Bianco Secco, Rosso: la trinità dei vini dell’isola ha nome Patrizi. Quello che ho visto chiudendo gli occhi, con un bicchiere di Rosso Patrizi in mano. Vini fatti in mare con carrube e poltiglia di datteri. Patrizi minaccia di abbandonare. L’ombra di Norman Douglas: “Il vino non sarebbe così umano se non fosse a sua volta mortale.” Patrizi è l’unico che fa ancora il vero vino di Capri: voglio dire l’unico che lo fa a Capri, e con uve raccolte tutte a Capri. Questa verità è facilmente desumibile dal numero purtroppo esiguo delle bottiglie che Patrizi mette in vendita, e, d’altra parte, dal numero purtroppo enorme delle bottiglie che sono messe in vendita da altre ditte e che portano sull’etichetta, in un modo o nell’altro, in questa o quella dicitura, il nome di Capri, superando così centinaia di volte il quantitativo di vino che si può produrre mediante la vinificazione delle uve maturate in tutte le aree dell’isola messe a vigna. È, per il vino di Patrizi, in ogni caso, una concorrenza fatale. Basta pensare alla quantità di “vino di Capri” che si consuma a Capri in un solo giorno di agosto, quando i turisti che fanno colazione sono circa seimila! E non è nemmeno, necessariamente, una concorrenza sleale. Le leggi sono, formalmente, rispettate. Si tratta di vino d’Ischia o di terraferma, della provincia di Caserta, o della provincia di Salerno, forse di Puglia, forse di Sicilia: ma anche buono, anche genuino: a volte pigiato in Capri con uve o mosti trasportati qui prima della vinificazione, a volte addirittura vinificato altrove e trasportato qui in fusti soltanto prima della confezione. La concorrenza non è sleale perché le etichette non portano la denominazione di origine controllata secondo gli ultimi disciplinari; e chi volesse giuridicamente affermare che questi vini non sono fatti con uve di Capri dovrebbe anzitutto verificare le bollette daziarie di spedizione. Ma Patrizi ha tanta passione per il suo vino e per l’azienda che fu creata da suo padre, ed è tanto amareggiato dallo stato attuale delle cose, che avrebbe addirittura deciso di non vinificare più, e di vendere le sue uve agli altri. Nelle sue cantine, infatti, troviamo soltanto bottiglie di qualche anno fa. Ho qualche speranza che ci ripensi, che la mia visita lo incoraggi a ripensarci. Qualche speranza: niente di più. Il Garoglio prescriverebbe, per il Capri, vitigno Greco e vitigno Fiano. In realtà, la coltivazione delle vigne nell’isola è tutt’altro che pianificata, come dovrebbe essere in vista di un prodotto costante ed omogeneo. Sono messe a dimora almeno cinquanta diverse qualità di vitigni. Patrizi fa il suo Bianco Acqua con uve Santo Nicola, Giunchese, detto anche Greco, e Falanghina. Schiarisce con il carbone. Vinifica senza buccia. Le bottiglie, le lava tradizionalmente: cogli anici. E, contro ogni regola moderna, le invecchia come faceva suo padre: lasciandole all’aria aperta e in pieno sole, avendo cura di imbottigliare con un po’ di spazio, perché il vetro non scoppi. In tutti e tre i tipi. Bianco Acqua, Bianco Secco, Rosso, il sapore dei suoi vini è perfetto, caratteristico, unico. Ancora una volta controllo: e ancora una volta ammiro. Non è tutta retorica, dire che si “ammira” un vino. Perché ogni vino squisito e caratteristico, come appunto il Capri di Patrizi, suscita immediatamente immagini visive: si chiude gli occhi, e si vede qualche cosa. Quanto all’Asprino, gli assomiglia davvero. Ma c’è una differenza essenziale: la classe. Il Bianco Acqua di Patrizi rivela nella trasparenza, nella brillantezza, nella sottigliezza del profumo, nella consistenza del corpo, una classe nettamente superiore. L’Asprino è un vino gradevolissimo, ma di pronta beva, da togliere la sete: un “petit vin”. Questo, invece, è un vino serio, autoritario, che è impossibile mandare giù senza soffermarsi a gustarlo: un “grand vin”. Se poi vogliamo dare un’idea delle immagini che suggerisce il gusto forte, sano, leggermente amarognolo, piacevolmente bruciacchiato del Rosso Patrizi, pensiamo di esserci buttati bocconi sulla terra arsa e calda di una vigna, un giorno d’estate, sotto il sole di mezzogiorno, e di dimenticare i nostri guai contemplando, nella cornice frastagliata dei pampini, il mare d’oro scintillante e i faraglioni lontani: mentre le attrezzature balneari, il cemento, le piscine, i turisti, tutta l’orrenda falsità mondana e cosmopolita non esiste più: siamo bocconi, e zolle e pampini nascondono al nostro sguardo ogni spettacolo che non sia quello di Capri com’era settanta, ottant’anni fa, la Capri di Norman quando venne qui la prima volta. Questo vedo chiudendo gli occhi e bevendo il Capri Rosso di Ettore Patrizi. Possiamo dunque comprendere l’amarezza di Ettore Patrizi, i suoi lamenti, le sue invettive; possiamo perfino approvare le sue feroci condanne e le sue spietate rivelazioni: l’estratto di iris fiorentina con cui qualcuno corregge il cosiddetto Capri per dargli un carattere qualsiasi, un profumo; o le navi-cisterna sulle quali, in navigazione, in alto mare, qualcun altro “fa il vino” aggiungendo all’acqua le carrube o i datteri in poltiglia, e zucchero, e poi alcool se occorre. Le bollette di spedizione non devono, per questo, mentire: portano il nome di un vino immaginario, inesistente. Si provvederà a confezionare le bottiglie con le etichette del caso. Mentre così, sotto la pergola trasparente del sole di Capri, Patrizi corrucciato si sfoga, e i riccioli neri della sua testa di antico romano, l’avambraccio bruno e robusto, il pugno stesso che serra il bicchiere esprimono lo sdegno e la determinazione di un finale abbandono, vedo apparirgli al fianco, in quella verde luminosità, un vecchio alto, magro, volto di rame sotto la ciocca candida e lieve, occhi celesti sfavillanti di intelligenza e di bontà: è Norman Douglas, lieto fantasma della mia memoria. Stringe anche lui, con le sue dita nodose, un bicchiere di Capri, e lo alza contro il sole, prima di bere. Ricordo di avere visto la riproduzione fotografica dell’epitaffio che Norman scrisse per se stesso sul rovescio di un menu, in una trattoria di Firenze, nel 1932, e cioè esattamente vent’anni prima della sua morte: : Fui non sono, siete non sarete. E immagino che il fantasma ora si volga a Patrizi e a me: “Don’t worry” dicendo, “Ettore, don’t worry. Non ve la prendete, amici miei. Il vino non sarebbe così umano se non fosse a sua volta mortale.” Fui non sum, estis non eritis Nei pressi di Aversa, da dove viene l’Aspirino, scopro le vigne sulle “arbora”. Non teme la fillossera l’uva che cresce a trenta metri dal suolo. A Lusciano, da Don Nicola Corrado, una cantina dei tempi di Orazio. L’isola antica della Terra di Lavoro. È davvero misterioso che il Bianco Patrizi e l’Asprino si assomiglino tanto: perché i due habitat non potrebbero essere più diversi, data la relativa vicinanza in linea d’aria. A Capri, rocce, e terra secca, dura, compatta. Intorno ad Aversa, sabbia rossastra, finissima, e così molle che il piede vi affonda come in una cipria. Siamo venuti qui, con Don Vicienzo, a trovare Don Nicola Corrado: è lui il produttore dell’Asprino, che abbiamo assaggiato alla Riviera di Chiaia. Su questa terra di cipria rossa sorgono dunque spaziati filari di alberi da frutta e di altissimi pioppi. Attorno ai pioppi, che Don Nicola chiama “arbora”, si avvolgono enormi tronchi di vite, che salgono dividendosi e suddividendosi in rami enormi, e raggiungono le cime, fino all’altezza di trenta metri e anche più. Don Vicienzo sostiene che il vitigno Asprino è refrattario alla fillossera non solo, come si dice, per via del terreno sabbioso, ma anche per la gigantesca dimensione delle radici, dei tronchi, dei rami. Sono vigne vecchie addirittura di secoli, e la quantità dei grappoli, e perciò del vino prodotto, è minima in rapporto alla massa legnosa. I succhi della terra, per giungere fino all’acino, attraversano rami per una lunghezza anche di un centinaio di metri. Questa vecchiezza, questa lunghezza, questa massa legnosa servirebbero, in qualche modo, ad attenuare l’azione della fillossera, così come, in qualche modo, rallentano la sintesi degli zuccheri. E l’uva, in definitiva, risulta particolarmente atta a trasformarsi in vino secco, alla pari e forse meglio dello stesso celebrato Pinot, da cui si ricava lo champagne. Ma l’incanto delle vigne, così drappeggiate a lunghi e altissimi e folti festoni da un pioppo all’altro! Immense pareti di verzura, tese verticalmente: che il sole, attraversandole, trasforma in vasti arazzi luminosi, dai meravigliosi frastagli indecifrabili. E le contorsioni, gli intrichi, i grovigli dei rami, nella loro vegetale, apparentemente immota, vitalità, nei loro complicati abbracci intorno ai fusti diritti dei pioppi, hanno qualche cosa di mostruoso ed animalesco. “È un capolavoro di agricoltura!” esclama ammirato Don Vicienzo: “Vede, dottor Soldati, la terra è sfruttata a tre piani: in alto, le vigne; a mezz’altezza, le frutta; e a terra, il grano e le patate.” E certo, nei tempi, era un capolavoro. Ma gli inconvenienti, oggi, sono infiniti. Non esiste, in agricoltura, nulla di più irrazionale, di meno meccanizzabile. Basti pensare che per la raccolta delle uve, i braccianti devono salire su scale smisurate, appoggiandosi ai dondolanti festoni, fino a trenta metri di altezza! In mezzo a questi campi-vigne-frutteti arriviamo alla sperduta masseria di Santo Spirito: una costruzione color del miele, lunga, bassa, a portico: una perfezione di misure e di stile. Perché, mi chiedo, i nostri architetti, sempre così a corto di fantasia, non copiano queste meraviglie? Il luogo è abbandonato, silenzioso, quasi inerte. Questa terra, è tanto fertile che, forse, produce abbastanza anche quando la si coltiva soltanto così, all’antica, e piuttosto blandamente. Almeno, chi la possiede non pretende di più. Dobbiamo rammaricarci, dal punto di vista della economia nazionale. Ma dal punto di vista della bellezza, dobbiamo esultare. La cantina di Don Nicola a Lusciano, scavata nella roccia, tutta nera, e tutta tappezzata, a chiazze, sulla roccia e sulle botti, di una muffa bianchissima come neve, vive, funziona: è qui che si fa e si conserva l’Asprino. Eppure, una cantina dei tempi di Orazio, non puoi pensarla se non esattamente così. “Arbora,” chiama Don Nicola i pioppi, con esatta parola latina. E, quando dobbiamo salutarci, dice: “È l’ora, mulièreme mi attende.” Oh, non già a Roma, contaminata e guasta di tutte le immigrazioni, infiltrazioni e corruzioni: ma qui, qui vive ancora la latinità: qui, una fusione geniale tra la Magna Grecia e l’antica Repubblica. Viene perfino il sospetto che, per un caso, quasi per uno scherzo biologico, qui, proprio qui, nella cosiddetta Terra di Lavoro, la storia e la civiltà, a partire da un certo momento, siano passate sbadatamente, distrattamente, calamitate ogni volta dallo splendore di Napoli e dall’operosità dei grossi centri più vicini. Aversa, Caserta: e abbiano abbandonato alla stessa fertilità delle sue terre questa popolazione che per conto suo, pigramente, non chiedeva di meglio che abbandonarsi. Si formò così un’isola interna, un’isola resistente: che è ancora quella che oggi ci incanta, e ancora ci dà l’Asprino. Mulier mea.