Il Barolo 1996 Grande annata e grandi prezzi: promesse certezze e un evidente cambiamento stilistico Se dovessimo scegliere un vino rosso per un Pranzo di Babette all'italiana questo sarebbe il Barolo. Non vogliamo togliere nulla al Brunello, al Chianti Classico, al Sagrantino, al Montepulciano o all'Amarone, o agli altri grandi rossi italiani, ma il carisma del Barolo, o meglio il carattere che l'uva nebbiolo concede ai suoi vini preferiti - non possiamo infatti sottovalutare la forza del Barbaresco - è tanto pregnante da diventare a ragione un simbolo, un culto. E' vero che in anni non troppo lontani il mito non è stato sempre sostenuto dalla sostanza e dalla qualità, troppi ne hanno approfittato tanto da offuscare anche il lavoro di quelli bravi, ma dopo gli anni '80, gli anni del risveglio, della rivoluzione dei viticoltori, la fisionomia del grande vino è riemersa. Da un lato abbiamo avuto innovatori coraggiosi capaci di riscoprire la vocazione qualitativa del nebbiolo, smussandone gli spigoli acerbi e facendo scaturire una freschezza nuova; dall'altro abbiamo potuto contare su alcuni conservatori che non hanno fatto della tipicità uno scudo per giustificare la disarmonia di tannini aggressivi o le imperfezioni di legni vecchi e sporchi, ma hanno saputo gestire il cambiamento stilistico. Tutti si sono emancipati puntando su una materia prima che è progressivamente migliorata. Non possiamo ancora dire che tutti i 6 milioni di bottiglie di Barolo, ogni anno mediamente prodotti, siano splendidi; ma questi produttori, sempre di più ad ogni nuova stagione, motivati dalla passione, dall'orgoglio e dal ricavo economico, hanno ridato credibilità e ricchezza ad una zona, la Langa, che anche nei suoi rari momenti di fulgore non è mai stata così bene. I MOTIVI DEL SUCCESSO Il motivo fondamentale del risveglio sta nella capacità dei viticoltori di riportare al centro della produzione l'idea della materia prima, il concetto del vigneto come fulcro dell'attività. In molti, scoraggiati dallo scarso reddito del nebbiolo, alla fine degli anni '70 si erano orientati verso il dolcetto, più rapido da vendere e più facile da bere. E' stato l'intuito di alcuni viticoltori e di qualche illuminato consigliere ad evitare che i migliori vigneti di nebbiolo venissero immolati alla moda dei vini facili e in qualche caso addirittura alla moda dei vini bianchi! Questi avevano compreso che i consumatori appassionati avrebbero riconsiderato il Barolo non solo come vino da regalare ma anche e soprattutto come vino da consumare - sempre con l'attenzione e il rispetto che merita un prodotto di queste dimensioni - ma sicuramente non più relegato a bottiglia da esposizione. E' stata una virtuosa reazione a catena: produttori più responsabili, e quindi rese più basse e maggiore pulizia in cantina; consumatori più attenti, educati e incuriositi; e critici capaci di formare una mentalità che fosse in grado di cercare e riconoscere la qualità. Dall'estero e dall'Italia si è cominciato a guardare al movimento langhetto come ad un modello, e le annate 85, 88, 89, e 90 hanno fatto il resto mettendo sul mercato bottiglie splendide. Un segno di questa ritrovata leadership sta nel superamento del quinquennio terribilis 91-95 senza perdere un briciolo di immagine.