Il viaggiatore Il viaggio non convenzionale, sospeso, leggero e ironico Paris 8 dicembre, piove e tutti lavorano, infedeli che sono. Meglio rifugiarsi in un museo che passeggiare in Rue de Rivoli, fa freddo e sembra Torino. L'insegna che Paolino montò nottetempo non si vede, otto metri di luci e lettere rosse, battezzati da un gavettone che lo gelò in cima alla scala, mentre al primo chiaror del giorno ancora avvitava col suo Bosch a batteria. Superata la biglietteria del primo museo odierno, mi sbarra il passo un'intera divisione di gnocca svedese, un vero spettacolo della natura, in questa città così piena di cemento, tecnologia e tane da topi, che qui chiamano Metrò. Come ogni museo che si rispetti, anche questo tiene alle proprie opere, e le sottopone a regolare manutenzione, ovviamente coordinata con le mie visite, in un gioco di piaceri rimandati che ha molto di femminile. A proposito, lode agli Egizi che avevano capito ben prima e più profondamente di noi la natura molteplice della donna, in questo caso la dea Hathor, rappresentata come vacca, femmina, femmina a testa di leone, serpente a testa di donna ed altro che non saprei. Il cavallo nero spunta dal quadro nella selva di lance, è davvero un'immagine atemporale della guerra come furia e violenza. Mi dolgono i piedi, sarà il mio tormentone parigino. Montmartre, Tangeri. Non fa lo stesso effetto di Paris Texas ma guardandosi in giro si capisce tutto, potrebbero girarci la Battaglia di Algeri e non se n'accorgerebbe nessuno. Il fascino romantico di Pigalle, Fuorigrotta o Forcella. Il Moulin Rouge è in restauro, una combine con quelli del museo, scoprirò più tardi che hanno dato una voce anche al Beaubourg, riaprirà a gennaio. Vicino all'albergo sembra Sottoripa, venditori di cosmetici africani e falafel, casse di carabattole ingombrano i marciapiedi, orfani di mignotte. Il caldarrostaro lavora in franchising, i marroni sono uguali a quelli di tutti gli altri suoi colleghi qui in città, mezzo bidone coi buchi e castagne in bell'ordine come soldatini. I Tour operators, questi grandi venditori di fumi e di miti, ci fregano così, noi compriamo un sogno e loro ci danno la suburba. Per mangiare chiedo consiglio al portiere, francese come me, che gentilmente mi chiede cosa preferisco, cucina africana o francese? Spiacente, sono un turista vecchio stile, per il couscous vado a Trapani. Il Catering rende riconoscibili i ristoranti, li assimila senza pietà. Hanno un bel dire i grandi luminari, altro che spesa secon- do mercato e cucina di stagione, qui comanda l'uomo delle consegne, non lo chef. Il Bistrot è strettissimo, così vuole la tradizione, mutuata dai pollai e dall'onnipresente Metrò. I tavoli sono così addossati che senti l'alito del vicino, se ha preso escargots all'aglio sei morto. Petto d'anatra e fegato con purea d'uva e gelatina. Perigord, Normandie, Bretagne, tutto il buono viene da altrove, ma allora perché venire a Parigi? Normandia, dolce sogno. Vagheggio burro salato e panna da mangiare a cucchiaiate, altro che le tarte tatin che qui sono pere cotte e nulla più. Il cameriere col tanga mi offre mousse au chocolat con scorze d'arancia candite, vetta della gastronomia da Bistrot. Prendo il formaggio e sto zitto, ma al caffè col cioccolatino ho un altro sussulto, erano meglio due cioccolatini... Di museo in museo, m'imbatto in Pierre Pouvis de Chavannes, pittore non mediocre, e nel suo pannello decorativo per l'hotel di Claude Vignon, 1886 a Passy, oggi distrutto. E noi? Un De Chirico al Fuenti? Camminando e soffrendo vado avanti, fino all'opera di Thomas Couture, romanzo della decadenza, quadro molto grande, ma non abbastanza, non abbastanza. Altre sale con panchine, mi riposo e rimiro pitture d'oriente, le mura di Algeri e capi arabi, pompeiane e streghe di Macbeth. La Francia agricola di Millet, caprare e pastorelle ma neanche un quadro con un formaggio, contadini che pregano al tramonto, messi dorate e non piove mai, non è Parigi. La pittura spiegata ai bambini, alla faccia della Playstation. L'insegnante è bravissima, li affascina con lo sguardo e con la voce, mi fermo e cerco di capire, ma il mio francese è meno che basico, non capirei neppure Totò. Cosa dirà delle donne di Renoir, rosa e calde? Forse che fanno venir voglia di sdraiarsi accanto a loro, accarezzandole. Il mio vicino di Bistrot, italico di Toscana, azzarda un vino che non conosce e gli va male, non è abbastanza secco. Più del coquillage apprezza la salsa all'aglio, spalmata sul pane. Veramente non si può dire che la spalmi, la adagia sul pane, montagna giallastra densa come un seno finto, brivido unto che ballonzola ma non cade. Il cameriere si gratta, sepolto dai manteau e dalle pellicce delle italiane.