Bordeaux '96 La Hollywood del vino tra prezzi e qualità Il mio primo Bordeaux è stato un vino del comune di Margaux. Forse Brane Cantenac o Cantenac Brown, sicuramente non era Château Margaux, malgrado ciò me lo ricordo benissimo perché ci sembrava eccezionale e poi me lo rovesciarono quasi tutto sulla manica della giacca. Era una di quelle degustazioni organizzate dalla Sopexa, l'azienda di promozione alimentare francese all'estero, era una di quelle degustazioni all'inpiedi in cui tutti parlano, bevono, mangiano, passano da un banchetto all'altro con l'entusiasmo della prima emozione e con la voglia di farla provare all'altro. Eppure non ci era ancora chiaro quale fosse la piacevolezza dei vini di Bordeaux, cosa avevano di tanto speciale da meritare quella fama (del Claret si parlava da secoli). Avevamo letto dell'austerità, dell'aspetto aristocratico dei profumi, della essenzialità del sapore, ma i racconti non si trasferiscono intatti nel bicchiere, anzi fanno una fatica bestiale perché amplifichi pericolosamente tutte le aspettative. Mi ricordo comunque cosa dicemmo a chi era più scettico, a chi diceva che alla fine con tutta questa eleganza i vini sapevano di poco, erano quasi inespressivi: dicemmo che non eravamo pronti ad apprezzarli, abituati a valutare la grandezza di un vino dai cazzotti che ti dava, come potevamo amare la sottigliezza, la gradualità del taglio bordolese? Come potevamo appassionarci agli aspetti animali, ai sentori minerali e di fiori macerati quando queste pure sensazioni le avremmo messe nell'elenco delle note negative? Ci stupivano i 12 gradi alcolici di alcuni grands crus di Bordeaux perché pensavamo che l'alcol fosse l'unico elemento su cui misurare la qualità. Da quel periodo, era forse il 1981, i consumatori italiani hanno imparato ad amare il vino di Bordeaux, ma è cambiato profondamente anche il suo profilo, possiamo dire con certezza che è divenuto più accessibile. In questo la competizione internazionale che ha visto la California in primo piano, affiancata poi da Australia e Italia, ha avuto un peso non indifferente: la facilità di beva di alcuni grandi Cabernet fatti al caldo ha stimolato nei produttori bordolesi una revisione delle abitudini viticole e delle pratiche enologiche, li ha svegliati dal torpore di una sicura leadership producendo un miglioramento qualitativo che altrimenti non sarebbe arrivato. È interessante valutare come sia stato proprio il vino del nuovo mondo a rinnovare il potere internazionale di Bordeaux, è come se avesse fatto loro scoprire nuove interessanti potenzialità, ha rivelato una flessibilità che gli stessi francesi non avevano immaginato.