BENVENUTO BRUNELLO! A MONTALCINO Arrivando a Montalcino ed incontrando i produttori non si può non essere colpiti dal clima di euforia, che regna quasi incontrastato: il Brunello "è il più grande rosso italiano", il mercato tira, si piantano nuovi vigneti (anche in zone che francamente non ci sembrano vocate); le annate, poi, non sembrano conoscere alti e bassi, il '95 "è una delle tre migliori del dopoguerra", il '96 è "promettente" ed il '97 "sarà grandissimo". Queste sono solo alcune delle voci raccolte. Eppure, dalla degustazione degli oltre 90 campioni di Brunello '95 presentati dai produttori emerge, a nostro parere, un panorama meno esaltante. Cominciamo dall'annata, che come è successo in altre zone vinicole italiane ci sembra un po' sopravvalutata. Il frutto non è male, la corposità è in genere buona, ma in molti campioni i tannini sono troppo aggressivi e l'acidità è spigolosa e non bene integrata. A Montalcino la tipicità del Brunello non sembra certo in pericolo; lo stile di vinificazione è anzi in troppi casi davvero rustico, si percepisce l'uso di botti vecchie e non pulitissime che dà ai vini spiacevoli sentori medicinali. Ma molti dei campioni - per la verità non molto numerosi - maturati in legno nuovo soffrono di un problema opposto: il rovere è invadente, ed i vini presentano troppi tannini da legno uniti ad eccessivi sentori vanigliati e tostati. Da una parte, quindi, un sostanziale immobilismo, dall'altra una ricerca di "internazionalità" che finisce spesso per togliere carattere al vino. Limiti che potrebbero forse essere tollerabili in una zona emergente alla ricerca di identità qualitativa, non in una zona storica ad altissima vocazione dove si produce uno dei più importanti - e costosi - rossi italiani.