Intervista al produttore Fabrizio Niccolaini Nel volto di Fabrizio Niccolaini, nei suoi modi pacati ma intensi, si coglie una volontà di espressione, l'irrequietezza di chi ha qualcosa di importante da dire e sa di dover cercare il modo migliore per farlo. A vederlo, Fabrizio è un po' come i suoi vini: un profilo asciutto, essenziale, ma percorso da sfumature imprevedibili, un volto che rivela un aspetto diverso non appena si pone sotto una nuova esposizione di luce. Sono arrivato a Massavecchia con le idee ben chiare sulla direzione che l'intervista doveva prendere, ma sono bastate poche battute perché Fabrizio prendesse in mano la situazione: "Prima di tutto, è importante che io ti racconti il percorso attuale dell'azienda, i nostri obiettivi; poi potrai farmi tutte le domande che vuoi, ma senza questa introduzione non avrebbe senso parlare di noi e dei nostri vini. Bada bene, gli obiettivi non riguardano le nostre dimensioni, che resteranno le stesse: noi siamo contenti così, si guadagna quel che si deve guadagnare". Niente male come inizio, no? Per me va bene; da dove cominciamo? Dal vigneto, ovviamente. Quest'anno io e Patrizia ci siamo confrontati a lungo, ed abbiamo deciso di dare il via ad un forte investimento sui vigneti: quelli meno vocati sono stati espiantati, altri lo saranno a breve. Inoltre abbiamo acquistato un terreno collinare dalle eccezionali qualità pedoclimatiche, che cominceremo ad impiantare nei prossimi mesi. Una piccola azienda di grande qualità che vende tutta la sua produzione in pochissimo tempo, ma Fabrizio e sua moglie Patrizia sono tutt'altro che soddisfatti, "guardano oltre", per citare l'espressione che gli corre sulle labbra più volte durante il nostro incontro. Il contatto con il tuo vigneto è la cosa più importante per produrre vino; è solo dal rapporto quotidiano, dalla perfetta conoscenza del vigneto che si sviluppa quella che io chiamo la capacità intuitiva di intervenire, "sentendo" ed interpretando i bisogni della vigna. Io dico che oggi più che mai la nostra forza è quella di essere contadini, e di aver imparato col tempo a manovrare la natura e la sua materia, rispettandola. Fammi un esempio. Prendi la riduzione delle rese, oggi è esasperata e secondo me fatta nel modo sbagliato. Il mio obiettivo è non fare alcuna vendemmia verde, ma portare la pianta ad un rendimento naturalmente moderato. Se imposti la pianta perché faccia tanti grappoli e poi glieli togli spezzi qualunque equilibrio nelle uve, e quindi nel vino: i quaranta quintali per ettaro fatti in questo modo non hanno niente a che fare con la stessa quantità ottenuta naturalmente. Lo stesso discorso vale per i prodotti chimici. Il lavoro in vigna è un po' come giocare a biliardo, ogni colpo provoca una serie di ramificazioni, di conseguenze che finiscono per riflettersi sul prodotto finale. Io punto a rendere il vigneto autosufficiente, in grado di "difendersi da solo" ed in armonia con l'ambiente circostante.