Descrizione
Un recupero culturale: il vino italiano visto 25 anni faQuello che avete tra le mani (o meglio, sullo schermo) non è una semplice rivista digitalizzata: è un documento. Porthos nasce nel 2000 come rivista trimestrale indipendente di critica enologica, diretta da Sandro Sangiorgi, con una scelta editoriale allora quasi radicale e ancora oggi rara: nessuna pubblicità di produttori o distributori di vino, nessuna consulenza a cantine. Una testata che si autofinanzia solo con gli abbonamenti dei lettori, per potersi permettere il lusso — e il rischio — di dire quello che pensa.
Questo numero, il quinto, uscì in edicola e per abbonamento nel marzo 2001. Rileggerlo oggi, a distanza di un quarto di secolo, significa fare un piccolo viaggio nel tempo: ritrovare le voci, le domande e le inquietudini di un mondo del vino italiano che stava cambiando pelle — tra il boom dei "vini internazionali", la rincorsa ai punteggi di Robert Parker, la Sicilia che sognava di diventare "la nuova California" e i primi segnali di chi, controcorrente, sceglieva la strada della tradizione e del vigneto. Sono discorsi che, letti oggi, suonano sorprendentemente attuali — e altri che raccontano un'epoca ormai lontana, fatta di lire, di fax come recapito ufficiale e di abbonamenti postali.
Digitalizzare questi numeri significa salvare un pezzo di storia della critica enologica italiana dal rischio dell'oblio della carta ingiallita, e restituirlo — testo per testo, ricetta per ricetta — a chi oggi vuole capire da dove viene il modo in cui parliamo di vino.
Cosa contiene questo numero
L'editoriale, Il punto di non ritorno, apre il numero con una riflessione sulla vocazione dei produttori e sul rischio di un successo rapido e "senza radici" — un tema che la redazione lega a un passaggio di T.S. Eliot su tradizione e talento individuale, e a una citazione di Pasolini sul rapporto tra passato e futuro.
Il cuore del numero è un ampio dossier sulla Sicilia Orientale: un'intervista al produttore toscano Fabrizio Niccolaini apre la strada a un racconto a più voci — Sogno Siciliano — che intreccia la viticoltura etnea firmata dall'enologo Salvo Foti, una grande degustazione dei monovitigni Benanti a confronto con i vini più celebrati dell'isola, e due ritratti gastronomici d'autore: lo chef Carmelo Chiaramonte (con le sue ricette di cucina contadina iblea) e il pasticcere Corrado Assenza del leggendario Caffè Sicilia di Noto, la cui autobiografia — Storia di un Pasticcere — è uno dei testi più belli e commoventi dell'intero numero.
Seguono una verticale della Valpolicella/Amarone (con decine di produttori assaggiati, da Dal Forno a Quintarelli, da Allegrini a Tedeschi), un servizio su Montefalco e il Sagrantino tra tradizione e innovazione, e una raffinata verticale a confronto tra l'Aglianico del Vulture di D'Angelo e il Tokay Pinot Gris Grand Cru Rangen di Schoffit in Alsazia.
Chiude il numero un imponente dossier sullo Champagne: una guida tecnica completa (terroir, metodo champenois, classificazioni Cru, sigle e misure delle bottiglie) accompagnata da un racconto di degustazione che attraversa quasi quaranta maison, dalle grandi griffe (Krug, Roederer, Bollinger, Salon) ai produttori-vignaioli più di culto (Selosse, Egly-Ouriet).
Non mancano le rubriche più personali della rivista: La Ciurma, la voce dei lettori-consumatori; Il parere tecnico, un approfondimento sull'uso della barrique; Rodolfo, un racconto di rara intensità firmato Damiano Maurizio Raschellà; e Il Pane, forza e desiderio, un testo che unisce panificazione domestica e filosofia della lentezza.
Perché conservarlo
Porthos non era (e non è) una guida ai punteggi. Era un tentativo, spesso scomodo, di raccontare il vino come esperienza culturale, umana, territoriale — rifiutando la logica della classifica e della pubblicità. Questo numero del 2001 è una fotografia di quel tentativo, e di un'Italia del vino che si stava interrogando su chi voleva diventare. Riportarlo in vita in digitale significa restituire voce a chi lo ha scritto, e memoria a chi lo vuole leggere oggi.
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