La Ciurma Pensieri, parole, azioni dalla parte del consumatore Un giro sull'ottovolante Che dire? Sono veramente frastornato. Oggi, 2 febbraio 2001, dopo una piacevole ed interessante giornata passata in compagnia di Esperya mi trovo a ripensare alle tante considerazioni che ho sentito fare. Molti, a sentire i discorsi fatti dai produttori presenti, sembrano condividere le nostre idee sul vino: "Non bisogna premiare solo quelli super concentrati e pronti da subito". "Ogni vino nasconde una storia, racconta un territorio anche se non esprime nell'immediato le caratteristiche richieste dal mercato". "Alcuni grandi vini vanno aspettati, con il tempo sviluppano un modo che li rende unici e fedeli rappresentanti del Terroir: nobili tannini e fiera acidità in un Barolo oggi, grande mineralità e gagliarda univocità in un Verdicchio domani". Di fronte a tali argomentazioni, a me e al Corso brillavano gli occhi: vuoi vedere che alla fine non siamo più così soli a parlare di queste cose? Tra una chiacchera e l'altra colgo una battuta: "Parker è il più grande degustatore al mondo: un suo 95 punti cambia la vita, il mio vino ha preso soltanto 87." Questa frase, detta con disarmante sincerità, ha squarciato in un istante la nostra pia illusione. Ma allora i discorsi improntati sulla personalità del vino, che oggi viene sacrificata in cambio di concentrazione e immediatezza, per qualcuno sembrano essere soltanto di circostanza? Quel qualcuno è lo stesso che, magari senza dirlo apertamente e anzi borbottandogli contro, vuole le guide, i giudizi, le classifiche, i voti centesimali: perché se da una parte possono farlo disperare e imprecare, dall'altra possono cambiare per sempre la sua vita di imprenditore. E quindi via al richiamo di enologi alla moda, via all'impianto di nuovi vitigni "migliorativi", via alle massicce campagne di marketing perché se è vero che oggi a stare sull'ottovolante tocca agli Antinori ai Rivetti, ai Planeta, ai Masciarelli: domani forse sarà il mio turno.... Ma sarà vera gloria? Premiato per non essere bevuto Eccovi la seconda puntata del breve pezzo apparso nella Ciurma del numero scorso: e non si tratta di una conclusione a lieto fine, tutt'altro... Il nostro eroe, il Solaia '97, è infatti scomparso senza lasciare tracce. Non se ne trova una bottiglia in tutta Roma, e amici ben informati ci assicurano che in altre città italiane la situazione è la stessa. Sarà stato tutto bevuto, tutto acquistato per tempo da appassionati che intendono gustarselo con calma nei prossimi anni? Ci piacerebbe che fosse così, ma la realtà è un'altra: ristoratori ed enotecari - e non il nostro salumiere, che oggi ci sembra più simpatico di due mesi fa - lo stanno semplicemente tenendo da parte, in attesa di poterlo rivendere tra qualche anno o tra qualche mese a cifre stratosferiche, probabilmente oltre il mezzo milione. Tanto, si sa: giapponesi, americani, tedeschi sono sempre disposti a pagare cifre altissime per una bottiglia prestigiosa, e sembra che da loro queste sparizioni e questi vertiginosi aumenti di prezzo siano all'ordine del giorno. Allora ci sembra giusto informare il consumatore di casa nostra che i tempi sono cambiati, che entriamo in una nuova era, che anche in Italia è ormai arrivato a tutti gli effetti il vino virtuale, introvabile e costosissimo, più uno status symbol prestigioso che una bottiglia da stappare. E in questo la Antinori non ha praticamente responsabilità, visto che alla sua uscita il Solaia 97 costava solo 1000 lire in più, 55.000, del "minore" 96. Per finire, un'ultima considerazione: io ho avuto la fortuna di comprare un paio di bottiglie di questo vino non più di tre mesi fa, pagandolo un prezzo onestissimo. Cosa farò con questi due flaconi di oro liquido? Li chiuderò in una cassetta di sicurezza, o mi arrischierò ad aprirli ed a consumarne il contenuto nel corso di una grandiosa cerimonia sacrificale, correndo il rischio di scoprire che in realtà si tratta solo di vino, di un ottimo ma "umano" Cabernet/Sangiovese toscano?