Rodolfo Tu mi parli di Baroli, evochi soavi profumi, sentori e lontananze di aromi, io penso invece a Rodolfo, vecchio etilista dai lunghi ed argentei capelli, che ho rivisto sull'autobus dieci anni dopo. E' ancora grintoso, ringhiava ai controllori e non voleva scendere. Mi chiedo se davvero sia lui, lo guardo meglio, certo che è lui ed io rivivo quella notte, col mio satellite, non dieci anni ma dodici a febbraio. Dovrei aver pietà e compassione di questo povero emarginato, di questo reietto della società, che annaspa sul sedile e sbava sul vetro del finestrino, disturbando le colf che tornano a casa. Sennonché io ho un cuore duro e la memoria lunga, che annaspi e sbavi con comodo, il capolinea è lontano, purché non vomiti, che l'ambiente è ristretto e le colf sono tante, siamo tornati al settecento, di nuovo la casta dei domestici. Non vomitò neanche quella notte, il buon vecchio Rodolfo dai lunghi capelli color della luna, acconciati alla paggetto a incorniciare baffoni volitivi e collana in tinta. L'avevano ricoverato d'urgenza, urlante di dolore e di rabbia, si era rotto qualcosa, forse qualche costola cadendo da uno sgabello del bar, non certo da un'impalcatura. Il suo letto era a fianco al mio, nella camerata di sinistra, quella con le finestre sulla strada, si sentivano gli autobus fino a tardi. Tutto tranquillo fino alla cena, alle 18 ora locale, quella in cui i degustatori sbocconcellano tapas sorseggiando sciampagnini. Il povero Rodolfo, dal canto suo, senza sciampagnino non poteva stare, ancorché la minestrina d'ospedale basti a sé stessa, lo dice anche l'Artusi. Avrebbe gradito, il tapino, almeno qualche bicchiere di rosso cancarone ad accompagnare il pollo bollito col purè, se solo fosse riuscito a distinguere l'uno dall'altro. Niente da fare, neanche un baby per digerire, né il suo vicino di letto poteva aiutarlo, astemio com'era. Cresce quindi il nervosismo del buon Rodolfo, che di star buono non ne vuol sapere, l'acqua non è tutto nella vita, c'è anche e soprattutto l'alcool. Proprio così, il caro dolce e simpatico Rodolfo altri non era che un alcolista, e neanche anonimo, potrei dirti anche il cognome. Non è vero che la sofferenza affratelli, come vorrebbe una certa letteratura. La sofferenza divide, contrappone, arma il braccio dei poveri cristi, nella fattispecie Rodolfo ed il suo vicino di letto, che aveva da difendere il suo satellite. Battezzato Columbus, il mio primo fissatore Ilizarov, modello statico, riposava avvolto in un bianco sacchetto da lana, targato Valentino. Tra i tiranti e le brugole d'acciaio luccicante, riposava Evaristo piede sinistro, macellato di fresco dal defunto Professor Peppino, anche lui un membro del club. Aveva sbagliato la scalpellata e si consolava con lo scotch, mentre io versavo sangue come una bottiglia rotta, da litro e mezzo per la precisione. Nel vano tentativo di rimediare alle malefatte, il suo fido scudiero aggiustò alla meglio un fissatore non dinamico, cioè inutile o quasi. Chissà se Ilizarov beve, o se è l'unico russo astemio degli ultimi tre secoli. L'eterno l'abbia in gloria comunque, con vodka o liscio. Torniamo a Rodolfo, che alle nove di sera è in piena crisi d'astinenza. Grida, smania, minaccia tutti e invoca i santi e le madonne. Le mani attaccate al letto, minaccia di sbattermi per terra, l'infermiere è lontano, gli altri hanno paura. Nel portaposate fatto all'uncinetto ho ancora il coltello da frutta, difenderò il satellite fino alla morte, non ho nessuna voglia di farmi macellare di nuovo. Ma se il bastardo sbatte il letto, i tiranti ed i chiodi si muovono nella carne, e allora meglio la carne di Rodolfo, nel dubbio. I primi tavor non servono a niente, l'infermiere Gianni alza la voce e lo impasticca, ma per il buon Rodolfo, abituato a ben altro, è solo acqua fresca.