L'Amarone di Romano Dal Forno, quello del Monte Lodoletta, è a ragione divenuto un mito tra gli amatori. Ottenuto attraverso una accurata selezione di uve sin dai vigneti della piana magra e sassosa di Illasi - Valpolicella "allargata" ad est di Verona -, questo rosso ha come base l'appassimento nei fruttai, pratica dalla quale trae un ulteriore slancio di concentrazione e di fervore alcolico. Appena pronto l'Amarone viene maturato in barrique, e il buon Romano è stato tra i primi in Italia a tentare di finire la fermentazione alcolica nel rovere nuovo, addirittura sperimentando un'apertura molto larga delle piccole botti francesi che gli consentisse una contemporanea e prolungata macerazione sulle bucce. L'ispiratore della sua attività è stato Giuseppe Quintarelli, anche se ben presto una personale interpretazione tecnica lo ha portato a battere strade diverse, al punto da creare uno stile assolutamente unico. Alcuni cronisti stranieri, e numerosi colleghi nazionali, considerano Dal Forno un esempio qualitativo da seguire e lo hanno posto in cima alle proprie classifiche, altri osservatori intravedono il mito irraggiungibile e per questo raccomandano di non provare a seguirlo, visto anche il carisma che esprime. Ben presto torneremo a parlare di lui analizzando tutti gli Amarone prodotti, a partire dall'83, in una verticale che promette sorprese e scintille. Un vino sul banco Amarone Romano Dal Forno Pubblico Ministero è Gianpiero Cereda: brianzolo, degustatore studioso è uno dei "nasi" più ascoltati d'Italia, generoso sotenitore dell'innovazione nel vino rosso di qualità; la sua specialità è seguire le mosse delle più significative produzioni mondiali, e sulla scorta di tale esperienza ha stimolato la vena di alcuni grandi viticoltori come Altare, Voerzio, Serafini & Vidotto, Rivetti e Clerico, dando il "la" alla riscoperta delle notevoli potenzialità della Langa. La Difesa è affidata a Giulio Perugini: romano, consumatore e degustatore appassionato, ha accumulato una serie di significative esperienze confrontando i più importanti vini italiani con i migliori francesi, americani e australiani; il suo obiettivo è la ricerca, l'approfondimento, delle ragioni di un'emozione assoluta, che sia di tradizione pura o di provocatoria innovazione, una speculazione organolettica ma anche filosofica, a cavallo tra tecnica e natura. Criticare un vino così celebrato non è facile, e non si rischia solo di essere impopolari ma anche di voler cercare a tutti i costi il pelo nell'uovo. Ma per essere chiaro mi sono riferito alla semplice analisi organolettica cercando di spiegare, punto per punto, quello che non amo dell'Amarone di Dal Forno. Parto da una considerazione generale. Un vino così concentrato appare un vino di difficile fattura, una sorta di grande opera, e invece è la cosa più facile del mondo da fare: basta portare le uve ad un appassimento tale da ottenere 16 gradi alcol ed una quantità di estratti che non provo neanche a quantificare. Quello che manca all'Amarone di Dal Forno è il pregio di ogni grande vino, e cioè l'equilibrio: il vino è così soffocato dall'alcol e dalla sua struttura che non riesce a vivere, non riesce a respirare. Questa caratteristica l'ho riscontrata in almeno quattro annate che mi sono deciso ad assaggiare per scrivere le note, ma la delusione maggiore è giunta dalla 95, grande millesimo sì ma dal quale non mi aspettavo solo spessore, il produttore dovrebbe dimostrare più maturità professionale non affidandosi ad impressioni violente; e anche se l'Amarone è un vino "grosso" ci sono livelli di finezza che si possono raggiungere. Ad ogni modo, già dal colore, molto scuro ed opaco (quasi velato) si percepisce una pulizia incerta, e questo non è un buon segno. Naso subito di alcol ed acidità volatile un po' a rischio; poi sentori di fungo e muschio, sciroppo di frutti rossi e sullo sfondo caffè tostato; alla distanza escono castagna e prugne secche. In bocca è tannico in modo incredibile, in particolare da legno verde, e quindi ritorno di segatura; il corpo è troppo ricco con gusto di alloro e mallo di noce, tornano naturalmente la prugna secca ed un'alcolicità bruciante, che sembra di bere un nocino. Il paragone gastronomico viene naturale: se mettiamo un condimento eccessivo ad una zuppa o nella preparazione di un salame, troveremmo la materia prima schiacciata da altre sensazioni, e dunque irriconoscibile.