Orpelli racconta RICORDO DELLA VITA E DELLE OPERE DI HANS PFISTER VIGNAIUOLO Lo tirarono fuori dalla botte grande che era inzuppato fradicio e in uno stato difficile da descrivere; pur tuttavia era salvo e, tutto sommato, in discrete condizioni. Hans era rimasto un bel po' di tempo lì a bagno nel suo amato Riesling - e di ciò la sua salute non trasse, di certo, un gran beneficio - ma tutti noi, già negli istanti successivi allo sfortunato incidente avemmo netta l'impressione che, nel cuore e nella testa del nostro caro amico, il timore per la perigliosa situazione in cui si era venuto a trovare e, di contro, una strana e inaspettata sensazione di benessere totale e appagante, si fondessero in un pensiero solo, unico e piacevole, ma alquanto singolare. Da quel giorno, e per lunghi anni, tutti noi - suoi buoni amici e compagni vinattieri - potemmo notare nei comportamenti del bravo Hans Pfister alcune strane e ripetute manifestazioni che ci lasciavano a dir poco stupiti e, talvolta, allarmati. All'inizio fummo portati a considerare tali fenomeni come eventi passeggeri; ma poi, a mano a mano, si fece sempre più nitida la sensazione che quel disgraziato incidente aveva lasciato nel nostro amico dei segni incancellabili. In breve tempo l'impressione che Hans avrebbe portato con sè il pesante fardello della propria condizione per il resto dei suoi giorni diventò netta e inequivocabile. Egli era riuscito a sviluppare una misteriosa e inquietante relazione con il liquido che tanto amò per tutta la vita; di certo, rispetto a noi altri, Hans aveva un rapporto di inimmaginabile profondità e finissima elezione con la terra, l'uva, i tini, le botti e quant'altro avesse a che fare con l'argomento a noi caro. Le sue uve erano, puntualmente, le più mature e dorate e belle, i suoi vini erano i più dolci, le sue viti rigogliose e feconde; insomma, era come se la natura comunicasse con lui, e lo facesse attraverso l'unica cosa che egli poteva creare, modificando, a sua volta, la natura stessa, e cioè il vino. Era una gran tempra d'uomo Hans Pfister; dai suoi lineamenti e dal volto segnato - perennemente corrusco - si poteva facilmente capire che egli proveniva dalla campagna e ad essa dedicava tutto il suo essere. Ricordo ancora con grande chiarezza quelle sue membra contorte e nodose come rami; e robuste come un buon legno di quercia. "Ah il legno!" amava ripetere "Quello non mi serve più di tanto; il mio vino è fatto così bene che nessun legno lo può cambiare di una virgola." Hans aveva un suo proprio vocabolario e un - a dir poco - colorito modo di esprimersi. Da tutto ciò traspariva, senza dubbio, la sua origine e la sua cultura contadina, la natura terrigna e tutto il resto; ma la forza delle sue espressioni continua a fissare, nei miei ricordi, un immagine vivida e pittoresca. "Pensate," disse una volta; "l'anno scorso mio cugino Ernest ha dimenticato la scala nuova di castagno nella botte grossa, quella in fondo alla cantina, e per una settimana! E il vino è rimasto tale e quale, mica è cambiato!" Ed era anche vero, del resto il povero Hans sosteneva che neppure il vino in cui lui stesso era rimasto a mollo tutto quel tempo avesse preso qualche odore inaspettato e, diciamo così, "animale." "Ehi, Hans! Stai bene? Che fai lì steso per terra?" Gli gridò suo cugino dal campo. "Stai zitto che sento il rumore della vigna, sento la voce della terra." E la mangiava anche lui la terra. Ne assaggiava sempre un pò prima di piantare filari o scegliere il posto giusto per la vigna nuova del suo adorato Riesling. E ne beveva, di Riesling, ne trangugiava ogni giorno una buona quantità; forse per tenerlo il più possibile, in qualche modo, vicino a sé, o forse, diceva spesso, per sentirsi un po' "sotto spirito", andare a letto presto, appena un poco ebbro, e dormire tranquillo. Un bel tipo, Hans Pfister, non potete immaginare che grandi vini tirava fuori, anno dopo anno, e faceva tutto da solo. "Guarda che questo invecchia più a lungo di te!" Replicava sempre a chi metteva in dubbio certe qualità del suo nettare dorato. Quegli stessi buontemponi rispondevano con i consueti gesti di scongiuro, ma in cuor loro temevano che il nostro buon amico potesse aver ragione. E spesso era proprio così; sia per le precarie condizioni di salute di noi vinattieri - messe a dura prova dall'asprezza della vita e fors'anche dalla piacevole necessità di assaggiare spesso le nostre profumate creature - sia per l'effettiva bontà e la qualità altissima del suo vino. Comunque, quando si inalberava per sostenere con tutto se stesso le proprie convinzioni, io avevo sempre la sensazione che nelle sue vene scorresse lo stesso liquido che lui produceva con tanta forza e amore; quel nettare che sembrava volerlo ricambiare con qualcosa di prezioso, con un dono che potesse manifestare una, qualche, misteriosa forma di "silvana riconoscenza". Ora, a distanza di anni, io penso che il vino gli restituisse un dono semplice e grande; penso che gli donasse il senso della vita. Ma certo! Il senso della vita; e cioè un significato profondo e uno slancio creativo che, come per magia, potessero nutrire generosamente la sua vita semplice e onesta di contadino e di vignaiuolo.