Educazione VIVA L'ITALIA (IL VITIGNO AUTOCTONO) Prendendo spunto dall'editoriale del penultimo numero di Porthos, nasce qui una nuova rubrica dedicata di volta in volta a un diverso vitigno autoctono italiano. L'obiettivo è di descrivere in dettaglio le caratteristiche di un nostro vitigno storico in modo che il lettore possa avere una visione chiara non solo della varietà, ma anche dei vini che da esso traggono origine. L'Italia è ricchissima di vitigni autoctoni, in gran parte ancora poco conosciuti dal grande pubblico, i cui pregi andrebbero invece evidenziati. Purtroppo si sta verificando un progressivo abbandono delle varietà autoctone in favore di varietà straniere quali Syrah, Chardonnay, Merlot, Cabernet Sauvignon ed altre che sono indubbiamente di più facile identificazione da parte dei consumatori, soprattutto all'estero, e che garantiscono quindi una più facile penetrazione dei mercati. Non solo, ma si nota inoltre una sempre maggiore "contaminazione" di vini locali a base di uve autoctone con percentuali crescenti (dichiarate o meno, legali o meno) di uve di vitigni foresti. Ora, benché queste cultivar straniere siano di indiscutibile valore enologico (anche in Italia, dove in certe zone sono presenti da secoli dando luogo a vini molto importanti), esse stanno comunque insidiando in modo preoccupante le varietà nostrane che pure si sono segnalate attraverso il tempo come capaci di regalare vini apprezzati in tutto il mondo. Si va dunque incontro ad una omologazione e ad una banalizzazione di tutta la produzione vinicola mondiale. L'impianto o l'aggiunta di ceppi facili crea non solo una non-cultura diffusa perché confonde molti vini e vitigni, ma anche una massa critica di palati abituata a vini uguali fra loro, semplici o ambiziosi che siano, ma che spesso non aggiungono niente di nuovo, utili solo a mimare le mode con profumi e sapori ripetitivi e anche fittizi (nel caso, per esempio, dell'uso spropositato di legno nuovo ad "aiutare" uve straniere da vigne troppo giovani e per di più trapiantate in terreni o zone di non eccelsa vocazione). E così abbiamo Cabernet Cileni, Uruguagi, Neozelandesi, Ungheresi, Messicani, per non parlare poi di versioni più vicine a noi, di Sardegna, Calabria, Puglia, Lazio, ecc. E benché ci si sforzi di sottolineare il carattere particolare o unico di un Cabernet abruzzese o di un Merlot umbro, la realtà dice che questi vini vengono poi confrontati dai consumatori con altre versioni estere, che sono spesso migliori, anche dal punto di vista del prezzo. A puro titolo di esempio, non si capisce perché mai un consumatore americano dovrebbe acquistare uno Chardonnay Siciliano, sovente piuttosto caro, quando ne ha tanti di ottimi e meno costosi a casa sua. E allora è forse meglio insistere su uve che possono dare profumi e sapori diversi, quali possono essere quelli dati da vitigni autoctoni meno conosciuti e i cui risultati sono poco duplicabili altrove. A questo punto però, viene spontaneo chiedersi quanti di noi conoscono le qualità – o anche solo l'esatto potenziale – di varietà come il Nerello Mascalese, grande uva rossa di Sicilia, o di una Ribolla Friulana in purezza? Cosa potrebbero darci mai varietà come il Nero d'Avola o l'Aglianico del Vulture, uve che già danno (o hanno dato) segni inequivocabili di grandezza, una volta intrapresi accurati studi di selezione massale e clonale, di biologia molecolare, nonché ricerche atte a identificare con precisione le migliori tipologie del terreno, altimetrie, sistemi di potatura, in relazione a ogni singolo vitigno? Queste tecniche porterebbero a una maggiore valorizzazione e ad un indubbio miglioramento delle qualità delle nostre uve locali. Bisogna anche ricordare che molte delle vecchie vigne presenti sul territorio nazionale sono ammalate, e quindi non in grado di esprimere il frutto (ed il vino) migliore possibile: esiste il rischio che questo fatto venga utilizzato come scusa per estirpare le vigne in questione, magari per rimpiazzarle poi con vitigni internazionali. Piuttosto, ci si dovrebbe cimentare per arrivare ad ottenere le migliori uve possibili da vitigni autoctoni più sani, forti, e tipici. Ora, è senz'altro vero, e molto incoraggiante, che vari ricercatori e vignaioli si stanno adoperando per mantenere intatto il nostro patrimonio di uve autoctone. Attilio Scienza, Lamberto Paronetto, Giulio Mariondo e Rigazio dell'Institut Agricole Régional della Valle D'Aosta, la Pervini in Puglia, e molti altri ancora meritano un plauso per il lavoro svolto fin qui, e quello, ancora più importante, a venire. È grazie a loro che oggi gli appassionati possono sperare di avvicinarsi sempre più a vini ottenuti da vitigni storici, ottenuti nel rispetto di un'evoluzione secolare dei vitigni e della tradizione stessa. Perché in fondo, anche di questo si tratta: in un mondo sempre più superficiale, materialista e perché no, anche arrivista, è importante riconoscere che la tradizione è un immenso serbatoio di nozioni, informazioni e testimonianze, e che costituisce un preciso riferimento culturale nonché memoria storica di un popolo. ian d'agata