EMILIA-ROMAGNA - IL SANGIOVESE TRA RIVIERA E APPENNINI Vestito elegante, cuore accogliente Come tanti di voi appassionati di vino e degustatori più o meno professionisti, sono stata per molto tempo convinta che l’Emilia-Romagna fosse la patria di vinelli frizzantini di poco conto. Siamo sinceri: abbiamo snobbato, a torto, il Lambrusco e abbiamo spento la nostra curiosità enologica alla fine della pianura padana virando subito verso ovest appena passati gli Appennini, in cerca dei blasonati Sangiovesi toscani, saltando a piè pari la Romagna, terra di piadina, riviera e discoteche. L’idea che per bere bene si dovesse andare altrove era talmente radicata che se ne convinsero anche i produttori locali, i quali fino agli inizi del Duemila, salvo alcune rarissime eccezioni, hanno puntato su una produzione di massa, di bassa qualità e sicuramente inadatta a esprimere le potenzialità di quella terra. Il cambio di passo è iniziato quando l’interesse di alcuni appassionati ed esperti del settore ha portato alle prime mappature enologiche della regione. In particolare un primo tentativo risale al 2007 con uno studio di Giavedoni e Melandri pubblicato dalla rivista Gambero Rosso, che per la prima volta ha portato alla luce gli aspetti morfologici, climatici e geologici delle colline romagnole, accendendo i riflettori della stampa di settore sull’area tra Imola e Rimini, tra la costa adriatica e la catena appenninica.