MARCHE - IL PICENO Una regione al plurale Ho incontrato viticoltori «criminali» che negli anni Ottanta hanno rischiato l’arresto da parte dei Nas per aver scritto in etichetta qualcosa di rivoluzionario come «vino biologico». Ho incontrato famiglie di vignaioli che hanno investito nel recupero di varietà di olive autoctone e speso cifre folli per costruire strutture di accoglienza in materiali naturali e biodegradabili, senza cemento. Ho incontrato presidenti e direttori di grandi cantine che non mi hanno mostrato la loro azienda, le zone produttive, la barricaia, ma il teatro del loro borgo storico, la piazza, la cultura dalla quale sono nati, ritenendole più importanti di qualsiasi spiegazione sulle loro floride attività. Ho perfino incontrato l’unico imprenditore agricolo al mondo che coltiva e lavora il grano come fosse un vignaiolo. Dove sono stata? Nelle Marche, l’unica regione plurale, perché evidentemente il singolare non bastava per contenere così tante anime, sfaccettature, storie individuali ma anche collettive. Ho scelto di raccontare tra le «tante Marche», quelle concentrate in una zona in cui la viticoltura sembra essersi affermata per prima, ai tempi degli Etruschi e poi con i Romani. Già Plinio il Vecchio menzionava tra i vini più apprezzati il Vinum Hadrianum, prodotto nel Picenum, un luogo dove le colline ripide, accarezzate dalla brezza marina e protette dagli Appennini alle loro spalle, sembrano disegnate per la coltivazione della vite, che qui è tradizione da millenni.