LAZIO - IL CESANESE IN CIOCIARIA C’era una volta un brutto anatroccolo . Iniziamo con l’antica lingua del Lazio questo capitolo dedicato al brutto anatroccolo della viticoltura laziale, di cui racconto le avventure che lo faranno diventare un cigno. Come saggiamente dicevano i latini, spesso il profeta è misconosciuto proprio nel suo luogo di origine, mentre fa proseliti lontano da casa. È ciò che sta succedendo negli ultimi anni a un vitigno per molti anni bistrattato, soprattutto a casa propria, e che invece di recente, grazie al lavoro di caparbi produttori, ha dimostrato di poter dar vita all’unico vino rosso del Lazio in grado di evolvere, invecchiare e regalare inaspettate emozioni: il . La sua storia ha radici antichissime. Si è propensi a ritenere che sia nato ai tempi dell’Impero sulle colline che circondano Roma, ma si hanno testimonianze scritte solo in documenti più recenti; è citato in vari bollettini ampelografici del secolo scorso dall’Acerbi (1825) che lo descrive così: «Cesanese, atto a produrre un vino generosissimo, con acini sferoidi, azzurri nerastri, diffusissimo nelle campagne romane dove veniva chiamato con i sinonimi Bonvino Nero, Nero Ferrigno e Sanguinella». Oggi si distinguono due biotipi principali di cesanese: quello comune, diffuso in varie località del Lazio, e quello di Affile, che ha invece una presenza limitata al comune omonimo e alla provincia di Roma. Nemo profeta in patria Cesanese