PUGLIA - IL ROSATO DEL SALENTO Alla ricerca di un’identità Che cos’è il Rosato del Salento? Questa è la domanda a cui ho disperatamente cercato di dare una risposta durante il mio viaggio pugliese. Il tacco d’Italia viene spesso associato a questa tipologia di vino che è nel limbo dei pregiudizi enoici, dato che molti italiani non consumano rosati e li considerano ancora vini di serie B, o peggio «vini da femminucce» per via dell’associazione arcaica e sessista del colore rosa con il «gentil» sesso. A parte questo, l’idea che il vino tipico salentino sia rosato è ben fondata perché, come vedremo, fa parte della tradizione di questo territorio e può diventare un elemento identitario forte su cui costruire un’immagine e tutte le attività enoculturali che ne derivano. Ma c’è un problema di fondo: nessuno sa definire il Rosato del Salento, nemmeno gli stessi produttori. Non c’è uno stile, non c’è una linea guida condivisa, non c’è un’identità definita. Capita di trovare a scaffale come Rosato del Salento un vino carico di colore, strutturato come un Cerasuolo d’Abruzzo, oppure un vino color buccia di cipolla, floreale e delicato come un Chiaretto. Dov’è l’inghippo? Come purtroppo accade spesso in Italia, il problema sta nelle scartoffie. Il disciplinare di produzione dei vini Salento Igp, che si possono etichettare rosati (Rosato Salento Igp), prevede che le uve provengano per l’85% dalle province di Brindisi, Lecce e Taranto – il 15% può anche arrivare dal Veneto, meglio non commentare –, e per quanto riguarda i vitigni non ci sono indicazioni se non che siano iscritti nell’Elenco regionale delle varietà di vite per uva da vino.