PIEMONTE - LE LANGHE DEL BARBARESCO Non chiamatelo fratello minore I l figlio minore, l’eterno secondo, la grande donna dietro al grande uomo... gliene hanno affibbiati parecchi di titoli impietosi al povero Barbaresco, «vino che brillava per i suoi “meno” anziché per i suoi “più”», come dice uno dei suoi padri illustri, Angelo Gaja: il Barbaresco è meno tannico, meno ostico, meno muscolare, meno austero, meno longevo, meno costoso... meno Barolo. Tutti lo amano, perfino gli esperti segretamente lo preferiscono al Barolo, ma la sua storia non è nobile come quella del fratello maggiore famoso. Nessuna famiglia aristocratica si è mossa per lui, anzi è stato portato alla ribalta da una comunità di contadini e da una cantina sociale. A onor del vero, la prima traccia scritta di un vino chiamato Barbaresco risale al 1799, quando per festeggiare la vittoria dell’esercito austriaco su quello francese nella piana di Genola (Cuneo), il generale Von Melas ordina al Comune di Barbaresco di procurare una , ovvero una botte di forma ovale su un carro a traino animale, di vino Nebbiolo. È la più antica citazione scritta che faccia riferimento a Barbaresco e ai suoi vini. La bottiglia più vecchia con l’etichetta scritta a mano, che recita «Barbaresco 1870», è conservata ancora oggi nella Cascina Drago di San Rocco Seno d’Elvio. Ma è nel 1894 che il Barbaresco inizia a diffondersi commercialmente grazie a Domizio Cavazza, allora direttore delle Regia scuola enologica di Alba. carrà