Pinot Meunier: della versatilità Francosie Bedel - Oltre l'apparenza Tu chiamale emozioni La prima cosa che si nota, entrando nel cortile di Francoise Bedel, dopo un’ora di viaggio da Epernay, è che da queste parti non hanno la passione per le auto di lusso. Le due Peugeot parcheggiate testimoniano di molte battaglie con le strade di campagna e ci fanno sentire, in questa frontiera occidentale della Champagne, ancora più lontani dallo sfarzo dell’Avenue du Champagne di Epernay. Vincent Desaubeau, il figlio di Francoise Bedel, è giovane, sorridente e contento di fare questo lavoro. La domanda, per me e per voi lettori, è di rito: “che emozioni vuoi dare a coloro che bevono il tuo Champagne?” Attimo di sospensione, probabilmente non è una domanda tanto ortodossa da queste parti. “Piacere. Una pura ed essenziale sensazione di ben-essere. Un momento da ricordare.” Bella risposta, penso. E mi rendo conto che posso affondare senza paura. “Che ruolo ha il Pinot Meunier in tutto questo?” L’attimo di sospensione si fa più lungo, mi guarda perplesso, e poi: “bella domanda!” Ovvio; ora mi aspetto un’altra risposta interessante che non tarda ad arrivare: “il Pinot Meunier è camaleontico, a seconda del può esprimere l’intera gamma delle sensazioni dello Champagne, a volte può essere Chardonnay, a volte Pinot Noir, ma sempre con misura, con armonia, con leggerezza e questo permette di costruire quel piacere profondo e misurato che voglio dare ai miei vini.” terroir Personalità & stile Parliamo dei vini e dello stile, parola magica che in Champagne si riveste di profondi significati. Per le grandi Maison - e ritorneremo spesso su questo punto - stile significa avere creato un proprio gusto, da conservare nel tempo, ripetibile grazie all’arte dell’assemblaggio e riconoscibile per la propria personalità. Esprime la totalità del territorio dello Champagne. Per i vignerons, come Vincent (e gli altri cinquemila), stile è la propria interpretazione del , è il loro modo di mettersi al servizio della natura. Non comperando uve, possono disporre solo di grappoli provenienti dai loro vigneti e, quindi, da un territorio ristretto. Bisogna capire l’uva, per farla rendere al massimo, per far sì che ci racconti il luogo dove è cresciuta, attraverso il gusto dello Champagne. Vincent definisce il suo stile come minerale, potente, floreale, fine e intenso; in realtà definisce lo stile del suo e la sua abilità sta nel rappresentare questo stile nei vini. Ma allora, chiediamoci, possiamo parlare ancora di stile? O forse ci troviamo di fronte a qualcosa di più profondo? Non possiamo cambiare le caratteristiche delle uve, del terreno: possiamo solo esaltarle se sono buone. E allora perché non parliamo di personalità? Sì, lo Champagne di molti vignerons non si definisce con lo stile, ma con la personalità, qualcosa di distintivo che non si può cambiare, ma che bisogna scoprire e conoscere per trarne il meglio. terroir 2 terroir 2 (se non avete letto il dizionario minimo all’inizio del libro, sarebbe ora di farlo...) La cantina e il baule Un giro in cantina, sguardi sul lavoro dei recoltant. Non aspettatevi antiche gallerie lunghe chilometri, ma bottiglie dovunque, nei vari stadi della loro vita, , da etichettare, pronte per la vendita. E macchinari moderni a fianco di vecchie tappatrici o riempitrici, perfette per quando l’elettronica smette di funzionare. Da altre parti si chiamano , qui è sempre Champagne. E poi il baule un po’ mistico dei preparati biodinamici. Sì, perché in questa azienda si crede alla biodinamica , la si prende sul serio, senza ostentare, ma come metodo funzionale per svelare la vera personalità (ecco che ritorna) del terroir. Vuol dire avere un rapporto con il proprio territorio, con il terreno, con le vigne, non più da padroni, ma da amici. Nel momento in cui non si forza la natura, con troppa chimica o tecnologia, a fare ciò che si vuole, ci si ritrova ad accettare quello che deciderà di darci e a lavorare per ottenere il massimo dall’uva che abbiamo a disposizione. Non è forse amicizia questa? Il gioco è anche facile, quando dobbiamo produrre ‘un vino’ e abbiamo libertà di scelta a 360°: possiamo scegliere le uve, i metodi di impianto e coltivazione; diventa complicato se il vino che dobbiamo produrre si trova all’interno di un disciplinare molto rigoroso come quello dello Champagne, dove tutto è codificato e una commissione deciderà se il vino prodotto potrà chiamarsi Champagne. Biodinamica va bene, ma deve produrre qualità, non essere fine a se stessa, per evitare che certi difetti vengano eclissati in nome dell’idea di genuinità. sur lattes 3 Sur pointe 4 vin de garage 5 3 Sur lattes: orizzontali, mentre svolgono la seconda fermentazione. 4 Sur pointe: a testa in giù, in attesa del decorgement. 5 Metodo di coltivazione che considera il suolo e la vita che si sviluppa su di esso come un unico sistema; si basa sui principi dell’agricoltura biologica, ma anche dell’omeopatia. Non tutti ci credono. Pinot Meunier, finalmente! Pinot Meunier, dicevamo, chiamato così perché sulle foglie apicali si forma un velo che sembra quasi di farina, da cui , mugnaio. Molto simile al Pinot Noir, in quanto discendente diretto, ma, come accennavamo all’inizio, profondamente diverso nel carattere. Strana la percezione in Champagne. Il Pinot Meunier rappresenta il 30% delle tre uve coltivate in Champagne, quindi un peso importante; eppure, a volte, si sentono affermazioni del tipo “noi non usiamo Pinot Meunier nei nostri Champagne, ma solo le uve più nobili!” Ora, se parliamo della denominazione vinicola più famosa al mondo, rigorosamente codificata sin dal 1927 per ottenere il massimo in termini di qualità (e di prezzo), fa specie pensare che un terzo dell’uva non sia all’altezza. Infatti il Pinot Meunier è all’altezza, eccome, e si rivela a chi lo conosce e lo sa lavorare, come un prezioso alleato nel creare Champagne interessanti. Partendo da prodotti semplici, che fanno del frutto e della rotondità la loro cifra stilistica, sempre comprensibili e adattabili alle più svariate situazioni, per arrivare alla personalità un po’ mistica di altri, come quelli di Vincent; si dice che con il Pinot Meunier si producano molti degli Champagne primo prezzo che troviamo sugli scaffali dei supermercati, ma attenzione: non significa che l’uva sia scadente, è che certi Pinot Meunier, provenienti da zone ben definite, hanno la caratteristica, economicamente validissima, di maturare prima e abbreviare la seconda fermentazione, quindi se il disciplinare dice che la fermentazione sui lieviti deve durare almeno dodici mesi, voilà, ecco che dopo dodici mesi e un giorno il nostro Champagne è pronto e rispetta le specifiche minime organolettiche per definirsi tale. Il Pinot Noir e ancor più lo Chardonnay richiedono molto più tempo per evolvere verso le loro caratteristiche ottimali e ben sappiamo che tenere fermo il capitale, (e che capitale, a volte!) ha un costo non indifferente. meunier Torniamo a parlare con Vincent per approfondire il tema del ‘suo’ Pinot Meunier. Camaleontico, dicevamo, quindi pronto per acrobazie biodinamiche, che significa un po’ estrarre l’anima del terroir. E allora ecco che, al contrario degli Champagne di pronta beva, qui le maturazioni sono lunghe, molto lunghe. La cuvée Robert Winer attualmente in commercio, è dell’annata 1996, ed è tutto Pinot Meunier. Alla salute di chi parla della nostra uva del mugnaio come povera e inutile per i grandi vini. C’è consumatore e consumatore “Vincent, che tipo di consumatore preferisci? Colui che sente, emozionale, che si lascia trasportare dal vino o colui che pensa, analitico, che esamina i dettagli per capire ogni sfumatura? O, detto in altre parole, come bisogna bere il tuo Pinot Meunier?” La risposta inizia diplomatica: “entrambi, si sente per pensare e si pensa per sentire”; ma non mi basta, e continuo: “per apprezzare uno Champagne, è meglio partire dalle emozioni per arrivare al perché delle medesime, o meglio una sana, accademica descrizione?” Dopo un attimo di sospensione, Vincent mi cita un proverbio francese: “tra due persone, una che capisce tutto, ma non sa nulla e una che sa tutto, ma non capisce nulla, preferisco quella che capisce tutto!”. Insomma, l’approccio emozionale, alla fine, vince, anche per prodotti complessi come gli champagne Francoise Bedel, e non potrebbe essere altrimenti. E vediamola questa personalità negli Champagne Bedel. Li racconteremo come sempre tenendo le percezioni rivolte verso il lato emozionale e non tecnico, perché il piacere dell’assaggio deve essere il valore supremo. Dis, vin secret Il più economico, 100% Pinot Meunier; visto da fuori è un prodotto semplice, eppure, all’inizio il profumo non si capisce bene. Tanta roba dentro, roba che si muove; percepiamo un dinamismo come se le molecole dei profumi ballassero una tarantella. Poi, lentamente si calmano ed esce un’anima più elegante, misurata, che sa di erba tagliata, di macchia mediterranea e di sale. Il primo sorso si muove con velocità e rapidamente lascia il posto a una scia sapida e pennellate di fiori. Non ha grande persistenza, ma va bene così: mi piace la velocità di espressione che ha. Anche l’acidità è bassa, cosa che di solito fa ‘sedere’ i vini, in questo caso non accade, perché il supporto è dato dalla salinità. Come dice Vincent, in biodinamica spesso l’acidità è sostituita egregiamente dalla sapidità. Comme D’Autrefois Non filtrato, lavorato davvero all’antica, come dice il nome, non ha più nulla della gioventù intricata del primo, ma arriva al naso come un brano di George Winston arriva alle orecchie e al cuore: con una profondità misurata. Come guardare un tramonto estivo, non di quei tramonti rutilanti da cartolina, ma la luce del sole che si spegne dolcemente sul mare, colorando di riflessi caldi tutto ciò che è intorno. Calma che si spiega al palato, riempiendo la bocca e muovendosi sulle papille, liberando lentamente gli aromi. Grande persistenza. Sia chiaro, non è che ogni volta che si vede un tramonto sul mare partono tutte queste riflessioni, ma ci fa stare bene vederlo e proviamo sensazioni piacevoli, che gustiamo senza descriverle, proprio come questo vino. Cuvée Robert Winer Ne abbiamo accennato prima, si tratta di un prodotto figlio di un’annata particolare, che testimonia come le differenze tra gli Champagne possano essere davvero abissali. Al primo approccio ho pensato ad un grande Cognac, tale era il vigore degli aromi, come se tutti i profumi si fossero concentrati. Poi esce la natura vinosa, esuberante e vellutata del Pinot Meunier che, riccamente, avvolge le narici; non ci si stanca di annusare, pregustando un sapore dove l’acidità non la fa da padrona, ma permette a tutte le sensazioni di emergere e di completarsi a vicenda. Champagne difficile, ma quasi commovente, come un ricordo d’infanzia che torna alla mente con la nitidezza e la perfezione date dagli anni. Bevetelo da soli o in piccolissima e qualificata compagnia, la conversazione ne beneficerà grandemente.